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È una valanga che nessuno sembra in grado di fermare, né lo spirito di sacrificio dei soldati afgani, né le bombe scaricate dai B-52 americani. L’avanzata dei talebani verso le città va avanti a velocità impressionante: il conto dei capoluoghi conquistati in una campagna di pochi giorni è arrivato a otto, con anche Farah e Pul-i-Khumri che si aggiungono a Kunduz, Sar-i-Pul, Taloqan, Zaranj, Sheberghan e Aybak. All’aeroporto di Kunduz centinaia di soldati afgani si sono arresi ai talebani, consegnando lo scalo nelle mani degli insorti.

Per ora dall’Occidente non arrivano risposte adeguate: Zalmay Khalilzad, inviato della Casa Bianca per l’Afghanistan, è partito per Doha dove “premerà perché i talebani perché fermino l’offensiva”. Con quali argomenti, non è ben chiaro, visto che ormai le truppe occidentali hanno lasciato il Paese, accontentandosi della promessa di non ospitare la pianificazione di attentati terroristici.

Il Dipartimento di Stato Usa ha tenuto a sottolineare che “i livelli di violenza in Afghanistan sono alti in modo inaccettabile, e non sono coerenti con l’accordo fra Stati Uniti e talebani”. In realtà il mondo se n’era abbondantemente accorto da tempo, ma ancora di più se ne sono accorti gli afgani, che sempre più numerosi scappano verso Kabul, considerata l’ultima roccaforte del governo.

Gli “studenti coranici” stanno lentamente accerchiando anche Mazar-i-Sharif, città da sempre riottosa al loro controllo. Se anch’essa dovesse cadere, di fatto l’intero nord, base tradizionale della Alleanza avversaria degli integralisti, finirebbe fuori dal controllo di Kabul.

Con il Paese ormai in una situazione disperata, l’Europa preferisce girarsi dall’altra parte e chiudere la porta in faccia agli afgani. Il governo di Kabul ha notificato alla commissione che vuole sospendere per tre mesi le operazioni di rimpatrio forzato dei migranti. Bruxelles sottolinea di essere “in contatto con il governo” e che “data la situazione, non si prevede di fare rimpatri forzati verso l’Afghanistan”. Ma l’idea non è piaciuta. Sei stati membri dell’Unione hanno scritto alla commissione per contestare la decisione. Austria, Danimarca, Belgio, Olanda, Germania e Grecia sostengono che “fermare i rimpatri di chi si è visto respingere la richiesta di asilo manderebbe un segnale sbagliato e probabilmente spingerebbe ancora altri cittadini afgani a lasciare le loro case per dirigersi verso l’Europa”.

La commissione ha fatto sapere che replicherà a tempo debito, ma che tocca ai diversi membri Ue la definizione di “Paese sicuro” dove rimpatriare chi non ottiene l’asilo. Secondo Sammy Mahdi, segretario di stato per asilo e migrazioni del Belgio, “che in un Paese ci siano regioni insicure non vuol dire che ogni cittadino di quel Paese abbia diritto alla protezione internazionale”.

Fonte: Repubblica

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