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JALALABAD – Il vicolo è stretto, i bambini agli angoli delle strade giocano con dei pezzi di legno muovendoli come spade. Non ci sono vincitori nella loro sfida, come non ci sono vincitori, oggi, in Afghanistan. Solo vittime che si contano, una dietro l’altra: civili intrappolati nelle battaglie, attivisti, giornalisti, e interpreti.

Chiunque rappresenti la collaborazione con forze considerate occupanti o nemiche, chiunque rappresenti un diritto che contraddice l’interpretazione dell’Islam dei talebani.

A Jalalabad sono le prime ore del pomeriggio, l’aria è rarefatta, le strade quando si trasformano in vicoli sembrano tacere, ma rumoreggiano. Tutti vedono tutti. Tutti possono tradire tutti. E tutti possono essere traditi. È in uno di questi vicoli che il due agosto è stato ucciso Hamdullah Hamdard. Aveva lavorato come interprete per tre anni con le forze Nato in Afghanistan, dal 2008 al 2011.

Da tempo provava a chiedere il visto per gli Stati Uniti ma le sue richieste sono state sempre respinte. Due settimane fa è stato ucciso davanti casa sua, di fronte alla sua famiglia, la moglie e i tre figli. Il giorno dopo l’assassinio, gli uomini del quartiere entravano alla spicciolata in casa sua. Tra di loro anche i fratelli di Hamdullah Hamdard.

“Hamdullah era fiero del suo lavoro, parlava sempre dell’addestramento a cui aveva partecipato a Logar, dei combattimenti contro i talebani, delle missioni per addestrare le forze afgane, l’ANP e l’ANA – la polizia e l’esercito. Viaggiava con le truppe, incontrava governatori di provincia, governatori dei distretti, la popolazione locale. Mi diceva: ho imparato più sul nostro Paese lavorando con gli americani che attraversandolo da solo.”

A parlare è Wesequllah Hamdard, il fratello più giovane di Hamdullah. L’ultima cosa che ricorda di suo fratello è un’immagine del giorno che ha preceduto la sua morte. Hamdullah l’aveva svegliato, voleva passeggiare, gli ha chiesto di andare insieme in città. Hanno camminato venticinque minuti fianco a fianco. Uno diretto in ufficio e uno all’università. Hanno parlato della situazione nel Paese, dei civili sfollati dalle battaglie, eppure nessuno dei due ha osato nominare le minacce che gravavano sulle loro vite.

Il timore di essere considerati collaborazionisti degli infedeli. Poi in piazza si sono divisi, dandosi appuntamento per la cena con le famiglie, quella sera. Poche ore dopo Wesequllah si stava vestendo per andare alla bottega a comprare il pane quando ha sentito uno sparo, uno dei nipoti ha cominciato a urlare: hanno ucciso papà.

Wesequllah è corso e ha visto il fratello sulla strada che porta alla moschea, morto. Ha preso la pistola, è andato tra i vicoli cercando i suoi assassini. Invano. La voce è rotta dal pianto del giorno prima. Anche Wesequllah è stato un interprete, per lui la morte del fratello rappresenta più di un lutto. È un avvertimento. Significa: sappiamo dove siete e possiamo uccidervi quando vogliamo.

Per questo ora Wesequllah non fa un passo senza il suo fucile. Ha lavorato nella provincia di Helmand per tre anni, dal 2011 al 2014. Ora studia scienze politiche all’università al-Falah. Il giorno del funerale di suo fratello avrebbe dovuto recarsi all’università per sostenere un esame. Ma non si muove più di casa. Gli Stati Uniti hanno promesso asilo ai propri collaboratori, compresi traduttori e interpreti ma l’iter amministrativo del programma SIV è lunghissimo. Finora sono stati rilasciati sono 2500 visti e sono circa 18 mila gli afghani e le loro famiglie in attesa di una risposta.

I talebani lo scorso giugno avevano invitato gli interpreti afgani che hanno collaborato con le forze internazionali a “pentirsi” e a restare nel Paese, assicurando che non avrebbero corso alcun pericolo: “Un numero significativo di afgani si è smarrito negli ultimi 20 anni di occupazione e ha lavorato con le forze straniere come interpreti, guardie o altro, e ora che le forze straniere si stanno ritirando, hanno paura e cercano di lasciare il paese. L’Emirato islamico vuole dire loro che dovrebbero esprimere rimorso per le loro azioni passate e non impegnarsi più in tali attività in futuro, che equivalgono a un tradimento contro l’Islam e il loro Paese. L’Emirato Islamico li chiama a tornare a una vita normale e a servire il loro Paese”.

Invece negli ultimi mesi gli omicidi mirati a danno di collaboratori delle forze straniere sono all’ordine del giorno, come quello di Sohail Pardis, anche lui era un ex interprete delle truppe statunitensi. Lo scorso luglio mentre guidava per andare a prendere sua sorella nella provincia di Khost per le celebrazioni dell’Eid che segnano la fine del Ramadan, è stato fermato ad un posto di blocco da un gruppo di talebani lungo la strada del Kabul.

I talebani l’hanno trascinato fuori dal veicolo e l’hanno decapitato. Il giorno del funerale di Hamdullah Hamdard i suoi fratelli si sono seduti in una stanza per pregare insieme, uno di loro è un imam. L’unico a non imbracciare un’arma. Wesequllah invece dall’arma non si separa più. Ha smesso di dormire quando le truppe americane hanno annunciato il loro ritiro e i combattimenti sono ripresi: “Le truppe occidentali sono arrivate qui promettendoci stabilità e ci hanno lasciato nelle mani degli assassini e dei terroristi che avevano dichiarato di combattere. Questo è un tradimento. E allo stesso tempo una condanna a morte per noi. Il nostro governo non ha modo di resistere all’offensiva talebana, e non vincerà questa guerra, solo loro possono salvarci, evacuandoci, ce lo devono”.

Prima di uscire dalla stanza afferra il suo fucile, lo sistema sulla spalla dicendo: “Non credo che ci rivedremo, sono un prigioniero, o peggio, un condannato a morte”.

Francesca Mannocchi e Alessio Romenzi sono in Afghanistan per una serie di reportage commissionati da l’Espresso

Fonte: Repubblica

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