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LOS ANGELES – Regista e attivista per i diritti umani, figlia di un diplomatico, nata a Kabul, nel 1979, Sonia Nassery Cole è fuggita dal suo Afghanistan in seguito alla caotica invasione da parte dell’Unione Sovietica e ha trovato asilo negli Stati Uniti. Da allora si batte per sensibilizzare il mondo sulle ingiustizie nella sua patria e nel 2002 ha fondato la Afghanistan World Foundation che lotta per l’emancipazione di donne e bambini nel suo Paese di origine.

Una passione politica che esprime anche attraverso film e documentari. L’ultimo, I Am You (Io sono te), narra di un giovane profugo afghano fuggito dopo la morte del padre per mano dell’Isis ed è ispirato alla storia vera di un rifugiato incontrato dalla stessa Cole. “Abbiamo il dovere di accogliere chi fugge dal fanatismo dei tagliagole”, ci dice via Zoom dalla sua casa di New York.

Nassery Cole, che cosa può fare il mondo per aiutare l’Afghanistan?

“Spero che quanti più volonterosi Paesi al mondo possano accogliere i profughi afghani che fuggono dalla violenza, dal fanatismo, dai tagliagole. Abbiamo il dovere morale di accoglierli e di non abbandonare l’Afghanistan al proprio destino che ora come ora vedo solo essere repressione brutale e devastazione. Talebani, Isis, Al Qaeda, fondamentalisti in Pakistan e Iran, sono tutti fanatici che hanno distorto l’Islam e che vogliono esportare la loro jihad nel mondo”.

Lei è nata negli Anni ’60 in Afghanistan. Che memorie ha da bambina?

“I miei primi ricordi sono di mio padre diplomatico e di una bella Kabul. Ricordo i teatri, i cinema, i concerti musicali, la discoteca dove andavano mamma e papà, mentre io non potevo, anche se avrei voluto, perché ero troppo piccola. Si chiamava “Marco Polo”, suonava musica americana. Kabul era libera. Le donne indossavano minigonne, come a Parigi, Londra e Roma. Ricordo i negozi, la moda, le gioiellerie. C’erano cristiani, ebrei, indiani, fedeli di tutte le religioni, e vivevano tutti in pace. Non eravamo affatto un Paese fanatico. Al contrario. Nessuno ti costringeva a fare nulla. Tutti erano benvenuti. Tutti erano amati. Kabul era una destinazione di lune di miele, come il Marocco”.

Perché il suo Paese è stato soggetto a invasioni anche in età moderna?

“Perché è situato in un’area geografica strategica tra il Golfo Persico e l’Oceano Indiano, tra la Cina e l’Iran. L’Afghanistan contiene il 90% di uranio del pianeta e non avremmo cellulari senza uranio. La sua ricchezza mineraria fa gola a tanti, soprattutto a Cina e Russia. E ha il 95% delle piantagioni di papaveri nel mondo, ovvero l’oppio e il suo surrogato chimico, l’eroina. La situazione nel mio Paese, prima di migliorare, chissà quando, non potrà che peggiorare”.

Che cosa pensa della decisione dell’amministrazione Biden di ritirarsi?

“Da quello che mi dicono amici giornalisti in Afghanistan, Biden si è accordato con il Pakistan per cedere l’Afghanistan ai talebani. Non c’è un vero talebano che sia nato in Afghanistan. Vengono tutti dalle madrasse del Pakistan, imbevuti di ideologia islamista, di Sharia. Considero, quella dei talebani in moto e camionette Toyota, un’invasione. E gli americani che ne avevano fin sopra ai capelli dell’Afghanistan hanno svenduto il Paese ai talebani. E questo mi rende furiosa. Non hanno mai voluto un vero governo afghano. Il presidente dell’Afghanistan in questi ultimi 20 anni era a malapena il sindaco di Kabul. Obbediva solo all’America e al Pakistan. ma il Pakistan non è per niente nostro amico. I pachistani hanno ingannato noi e l’America”.

Non nutre dunque alcuna speranza che le cose possano migliorare?

“Non riesco a dormire in questi giorni. Seguo le notizie e tutto peggiora. Ricevo centinaia di telefonate dall’Afghanistan da persone che cercano disperatamente di uscire dal Paese, avere un visto, avere il passaporto. Le donne afghane sono disperate. Molte vogliono darsi fuoco. Come ha fatto una traduttrice scampata all’attentato all’entrata dell’aeroporto dov’era in coda per salire su un aereo: è tornata a casa dopo l’esplosione e si è data fuoco. Ecco a che punto può arrivare un essere umano che perde ogni speranza”.

Fonte: Repubblica

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