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I primi a percepire la paura sono i soldati afgani: si insinua sotto l’uniforme, si fa largo di fronte ai rifornimenti che non arrivano, dilaga quando dalle zone dei combattimenti più aspri arrivano notizie di militari torturati, accecati, giustiziati a freddo dopo aver finito le munizioni. E per qualcuno la tensione è insostenibile, l’unica scelta è buttare la divisa in un fosso e sparire, sperando che nessuno si ricordi. Gli uomini dell’Esercito nazionale sanno che il mostro è vicino, a pochi chilometri dalle città, fermato solo dalla loro resistenza sempre più precaria.

La paura è arrivata nei centri più popolosi: a Kunduz, dove nella notte di sabato gli integralisti hanno conquistato diversi quartieri, dando alle fiamme interi edifici, prendendo possesso degli uffici governativi e rivendicando la conquista totale. A poco è servita la precisazione governativa, quasi inascoltata, secondo cui le truppe speciali stanno ancora combattendo per riprendere le zone perdute. Del tutto persa è da ieri Taloqan, capoluogo della provincia di Takhar: per i talebani è un successo simbolico, perché la città a suo tempo era base del leader mujahiddin Ahmad Shah Massoud e roccaforte dell’Alleanza del nord.

L’offensiva dei fondamentalisti sembra inarrestabile, e difficilmente servirà a rallentarla la decisione del presidente americano Joe Biden, che ha dato il via libera a bombardamenti con i B-52 e con le “corazzate volanti” Hercules Ac-130. Dopo gli scontri vicino a Herat, Kandahar e Lashkar-Gah, si combatte anche a Faizabad. Nei giorni scorsi è caduto il primo capoluogo, Zaranj, della provincia di Nimroz, al confine con l’Iran. Poi è toccato a Sheberghan, capoluogo del Jawzjan e tradizionale base dell’ex vicepresidente Abdul Rashid Dostum.

Persino lui, signore della guerra dalla fama di crudeltà estrema e leader della minoranza uzbeka, ha sentito il morso della paura nelle reni ed è riparato precipitosamente a Kabul. Lo stesso, dicono fonti afgane, ha fatto un altro potente del nord, Mohammed Atta Noor, governatore di Mazar-e-Sharif. «La verità è che questi signorotti non hanno nessuna voglia di combattere. Hanno fatto milioni di dollari con gli occidentali e hanno comprato case a Dubai, in Turchia, in Tagikistan. Ora preparano le valigie», racconta un osservatore qualificato da Kabul.

L’unico warlord che non ha ceduto alle promesse né alle minacce dei talebani è Ismail Khan, che ha schierato i fedelissimi accanto alle truppe governative per difendere la “sua” Herat. Ma nella città che fino a poco tempo fa era affidata ai militari del nostro Paese si sentono già le esplosioni. Le code all’aeroporto, dove sventolava il tricolore, sono senza fine. E la delusione di chi aveva contato sulla riconoscenza italiana è tangibile. «Mando continuamente messaggi alle persone con cui lavoravo, ho provato a telefonare all’ambasciata. Ma non riesco ad avere una risposta. E temo per la vita mia e della mia famiglia. Dopo dieci anni di collaborazione con le Ong italiane e con la Cooperazione, ora sono spariti tutti. Sono sicuro di essere nella lista degli obiettivi dei talebani, devo andare via. L’Italia non risponde, per disperazione ho provato persino al consolato iraniano, ma ormai è chiuso», dice al telefono da Herat, con voce rotta, un ex interprete che chiameremo Hamid.

Nelle zone del distretto di Herat conquistate dagli studenti coranici è già disponibile una anticipazione di quello che sarà l’Afghanistan del futuro: «Hanno preso due persone accusate di furto e hanno loro mozzato le mani», racconta Hamid. E per le donne il terrore è totale: «Sappiamo che nelle zone controllate prelevano le vedove e le nubili fra i 15 e i 40 anni, per darle in sposa ai combattenti. L’organizzazione Voice of Women ha fatto sgombrare le ospiti del suo rifugio in città per evacuarle a Kabul d’urgenza. I maschi vengono arruolati a forza».

Anche la capitale è paralizzata. Chi può, evita di uscire per strada. L’incubo degli attentati sta pian piano bloccando anche l’attività economica. I residenti di Kabul raccontano di una rabbia diffusa verso il governo e verso l’Occidente, responsabile di aver distribuito illusioni per poi abbandonare il Paese ai fondamentalisti. Chi può permettersi un biglietto aereo si mette in fila davanti alle ambasciate nella speranza di ottenere un visto. E per chi non può andarsene, ci sono anche problemi di sicurezza immediati. Il disfacimento del regime di Ashraf Ghani, spiega un analista occidentale, è come un via libera per le bande criminali, che possono operare in totale impunità, con rapine e sequestri. Il presidente ha chiesto alla popolazione di mobilitarsi, ma contro le granate Rpg e i kalashnikov le persone inermi che gridano dai tetti «Dio è grande» potranno ben poco.

Fonte: Repubblica

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