Condividi:
222427110 7105d69d 4ab4 4de7 9124 2ce9d48832cb - Afghanistan, ora Biden teme il ritorno dei jihadisti

Kunduz è il terzo capoluogo di provincia in tre giorni ad essere caduto nelle mani dei talebani. Circa metà dell’Afghanistan è ormai tornato sotto il controllo di quelle milizie islamiste. Le truppe governative spesso si arrendono senza combattere, il morale è a pezzi, la corruzione dilaga ai vertici, l’impressione è quella di uno spappolamento delle forze armate ufficiali. L’ambasciata degli Stati Uniti raccomanda ai propri concittadini di evacuare il paese. Non deve ingannare l’ordine dato da Joe Biden di far bombardare dai B-52 alcune postazioni dei talebani: il presidente e il Pentagono sanno che non si riconquista l’Afghanistan dal cielo.

Biden non dà alcun cenno di ripensamento rispetto alla sua decisione, annunciata ad aprile e confermata a luglio: il ritiro totale e definitivo delle truppe statunitensi avverrà nei termini previsti, cioè entro la fine di questo mese. Così stando le cose, non è inverosimile immaginare l’epilogo. Il ventesimo anniversario dell’11 settembre 2001 potrebbe coincidere con la rivincita dei talebani e il ripristino del loro potere su gran parte del territorio afgano. Questa non è una sorpresa per Biden. Quando il presidente prese la sua decisione sul ritiro, aveva sul suo tavolo un rapporto dell’intelligence Usa che diceva proprio questo: la partenza delle forze americane e Nato con ogni probabilità avrebbe provocato un ritorno al dominio dei talebani entro due o tre anni. La “guerra più lunga” dell’America (durata più dei due conflitti mondiali e del Vietnam messi assieme) è stata dunque del tutto inutile? Ma alle obiezioni Biden aveva dato la sua risposta, sotto forma di una domanda retorica: “Volete rischiare la vita dei vostri figli e delle vostre figlie? Quante migliaia vorreste mandarne ancora a combattere, forse a morire? E per che cosa?”

Biden era divenuto uno scettico sulla guerra in Afghanistan molti anni fa, di sicuro quando era il vice di Barack Obama, e si oppose (invano) alla pressione dei generali che volevano un nuovo aumento di truppe su quel fronte. L’attuale presidente può sostenere, probabilmente a ragione, che anche in Afghanistan è accaduto quel fenomeno che segnò il conflitto del Vietnam e fu definito “mission creep”, cioè la metamorfosi strisciante da una missione a un’altra. All’origine, quasi vent’anni fa, gli Stati Uniti e la Nato andarono a combattere in Afghanistan non perché il regime dei talebani si macchiava di orrendi abusi contro i diritti umani, opprimeva le donne e le minoranze religiose, distruggeva preziosi simboli di altre religioni come le statue millenarie dei Buddha nella valle di Bamiyan.

Per quanto l’elenco dei crimini dei talebani si possa allungare ben oltre, quello che fece scattare l’intervento militare dell’Alleanza atlantica, fu l’aver dato ospitalità logistica e protezione ad Al Qaeda quando Osama Bin Laden preparava l’attacco agli Stati Uniti. I dirottamenti multipli, la distruzione delle Torri gemelle a New York, l’attentato contro il Pentagono di Washington, tutto era stato ordito e preparato dalla base afgana di Al Qaeda. I talebani si erano rifiutati di consegnare Bin Laden agli americani anche dopo che si era macchiato della strage di quasi tremila civili innocenti. L’invasione dell’Afghanistan da parte di George W. Bush e degli alleati Nato aveva quindi una legittimità e uno scopo preciso: castigare un regime terrorista che aveva colpito la sicurezza nazionale degli Stati Uniti; ed estirpare Al Qaeda dal suo suolo. Questi due obiettivi sono stati raggiunti da un decennio. I talebani offrirono una resa incondizionata già nel 2003. Bin Laden fu eliminato nel 2011, anche se nel frattempo si era rifugiato in Pakistan con la protezione dei servizi segreti di un’altra teocrazia islamica. Comunque sia, “missione compiuta” avrebbe potuto dirlo Barack Obama nel 2011 e ritirarsi dall’Afghanistan: questa allora era la posizione di Biden.

Ma nel frattempo era avvenuto il “mission creep”, l’allargamento strisciante della missione originaria. Un’ala sinistra umanitaria si era messa in testa di trasformare l’Afghanistan in una nazione modello per il rispetto dei diritti umani; per la destra dei neoconservatori era un tassello di un piano geostrategico più vasto teso a ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente. Sono quelli che oggi accusano Biden di fallimento. Le critiche al presidente, di aver “perso la guerra in Afghanistan”, vengono da questi due fronti contrapposti. La sinistra umanitaria, cioè la stessa che era solita denunciare le guerre americane come operazioni imperialiste, ora accusa Biden di abbandonare il popolo afgano al suo destino, in particolare le donne che grazie all’invasione Nato avevano il diritto allo studio e altre parità. I falchi di destra accusano Biden di ritirata di fronte al nemico – sorvolando sul fatto che già Donald Trump aveva preso le distanze da tutte le guerre imperiali dell’èra Bush.

Intanto non è solo in America che trapelano preoccupazioni. La Cina teme che il ritorno dei talebani possa generare infiltrazioni islamiste nel suo Xinjiang, dove perseguita gli uiguri, e Xi Jinping ha appena nominato un nuovo comandante militare per quella regione che confina con l’Afghanistan. 

Fonte: Repubblica

Condividi:

Di

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Su questo sito Web utilizziamo strumenti di prima o di terzi che memorizzano piccoli file (cookie) sul dispositivo. I cookie vengono normalmente utilizzati per consentire al sito di funzionare correttamente (cookie tecnici), per generare report di navigazione (cookie statistici) e per pubblicizzare adeguatamente i nostri servizi /prodotti (cookie di profilazione). Possiamo utilizzare direttamente i cookie tecnici, ma hai il diritto di scegliere se abilitare o meno i cookie statistici e di profilazione. Abilitando questi cookie, ci aiuti a offrirti un’esperienza migliore. Cookie policy