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Era un uomo ironico e colto, Faheen Dashty, il portavoce della resistenza anti-talebana, morto sabato notte in uno scontro a fuoco nella Valle del Panshir. Aveva lavorato al fianco del comandante Ahmad Shah Massud per diciassette anni. E gli fu vicino anche negli ultimi istanti della vita, quando, il 9 settembre 2001, due giorni prima dell’attacco alle Torri gemelle, due kamikaze travestiti da giornalisti fecero esplodere la telecamera carica di tritolo con la quale facevano finta di intervistarlo. “Ero dietro a uno di loro, a solo mezzo metro, ma l’esplosivo era diretto verso Massud, e così sono sopravvissuto”, mi disse, un giorno, mostrandomi le cicatrici delle ustioni che riportò sulle braccia.

Conobbi Dashty per sbaglio, nel 2012. O meglio, per un buffo quiproquo. Prima di partire per Kabul, avevo chiesto un collega esperto di Afghanistan, Guido Rampoldi, qualche numero di telefono. Generoso come sempre, Guido mi consegnò la sua agendina afghana, sulla quale trovai il numero di Faheen Dashty, che figurava come presidente del Parlamento. Lo chiamai, e lui m’invitò subito a casa sua. Ma quando arrivai, dopo un lungo viaggio in taxi dal centro di Kabul, mi trovai davanti a un malconcio casermone popolare nella più lontana periferia. Quando Faheen mi aprì, gli chiesi subito: “ma è lei, il presidente del Parlamento?”. Lui scoppiò a ridere, e mi disse di essere un suo omonimo, ma che se volevo, visto che era arrivato fin là, mi avrebbe offerto una tazza di tè. All’epoca, collaborava con un quotidiano afghano che lo pagava una miseria.

Il suo salotto era tappezzato di libri e di foto del Leone del Panshir. Cominciò a raccontarmi la sua storia, e rimasi ad ascoltarlo per ore. Il giorno dopo m’invitò ad accompagnarlo nella valle tagika dove stava per essere ultimato il mausoleo dedicato ad Amad Shah Massud: scolpito nella roccia grigiastra di quelle montagne, era già una tappa di pellegrinaggio per gli afghani, perché agli occhi del suo popolo era lui il solo eroe positivo della storia moderna del Paese. Un eroe che sfiorava la leggenda, il mito. “Ci sono diversi motivi per venerarlo: perché era tagiko, perché anticomunista e per via della resistenza che come mujaheddin oppose ai sovietici, perché sunnita o ancora perché sconfisse i talebani”, mi disse Faheen, che era nato in quella valle, figlio di una ricca famiglia locale.

Nel mausoleo c’erano anche le collezioni di Massud, che andava pazzo per le lampade tascabili, le radioline, le macchine fotografiche, gli orologi. E, poiché era anche un uomo di fede, anche di rosari. Gli piacevano molto le auto, e collezionò anche queste, grazie ai bottini di guerra. «Dio gli aveva dato tutto: forza, intelligenza, pietà», mi disse Faheen. Dio, o chi per lui, l’aveva reso anche molto fotogenico: il volto affilato, lo sguardo malinconico e il sorriso ridanciano che ne fecero un Che Guevara afghano.

Faheen che stava scrivendo la sua biografia, mi raccontò anche che prima di andare combattere in montagna, Massud s’era iscritto alla facoltà di architettura di Kabul, che parlava oltre al farsi anche il francese, che aveva letto Dante e Victor Hugo. Il progetto destinato a beatificarne la memoria era seguito da un architetto di Teheran, scelto perché nel mondo musulmano gli iraniani hanno fama di costruire i più bei minareti. “Ho avuto lo straordinario privilegio per aver trascorso con il ‘capo’, come tutti lo chiamavano, le ultime ore della sua vita. Anche se spesso penso di essere stato davvero sfortunato ad averlo visto morire così, dilaniato dall’esplosivo».

Avevo ricontattato Faheen dieci giorni fa, da Dushanbe, dove l’ambasciatore afghano m’aveva detto che era diventato il portavoce di Shah Massud. Gli avevo promesso che l’avrei presto raggiunto nella Valle del Panshir. E’ morto prima, dilaniato da una bomba, come il suo venerato “capo”.

Fonte: Repubblica

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