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183626748 9759520e 96d3 4a50 bb32 f56d2ab075bb - Aghanistan, la paura di un popolo che inseguiva un sogno

KABUL – Sono un fedele ascoltatore di radio Bbc. La notte scorsa stavo per spegnere e prendere sonno quando è stata trasmessa la notizia della decisione americana di ritirare le truppe entro l’11 settembre. Il sonno è passato. Che succederà? Stamani mi aspettavo di sentire accese discussioni tra i colleghi afgani del centro di riabilitazione. Niente. Parlano di pazienti difficili, del Ramadan appena cominciato, della scuola dei figli, dell’incontro di pugilato che ha elettrizzato Kabul, del traffico sempre più caotico. Quando chiedo alzano le spalle.

La guerra in Afghanistan è cominciata nel 1979, oltre quarant’anni fa. Considerando che i due terzi degli afgani hanno meno di trent’anni, la maggioranza di loro ha visto e patito solo guerra. Li guardo e mi domando che farei io al posto loro, con una nuova fase incerta che comincia?  

Abito e lavoro a Kabul dal 1990, ho assistito a trent’anni di storia afgana, ma fatico a descrivere quello che gli afgani hanno vissuto. I russi che invadono e bombardano per anni, fino alla loro sconfitta da parte dei mujaheddin sostenuti dall’occidente. La guerra civile che segue, coi mujaheddin che si battono fra di loro, Kabul semi-distrutta, morti e sfollati a migliaia. Il mondo scorda l’Afghanistan.

Nel 1994 dalle scuole coraniche pachistane arrivano dei misteriosi studenti, i Talebani. Paiono portare ordine e giustizia, la gente grida al miracolo. Dura poco. Il Paese torna indietro nel tempo, isolato come non mai. Niente televisione, foto, istruzione e lavoro femminile, preghiera a forza. Solo una piccola porzione del Paese resiste, col Comandante Masud, che è ucciso il 9 settembre. Due giorni dopo cadono le Torri gemelle a New York e l’America punta il dito verso Kabul, subito bombardata. I Talebani sono cacciati, si rifugiano in remoti villaggi.

Per l’Afghanistan comincia una nuova era, anche se la guerra non finisce.  Ricordo l’euforia di molti: stavolta il Paese ce la fa, le sofferenze sembrano finite. L’isolamento è rotto: gli stranieri riempiono Kabul, una presenza tanto consueta quanto rara in passato. Giornalisti, umanitari, delegazioni diplomatiche, soldati, commercianti, affaristi, trafficanti.

Il mondo promette aiuti, grandi aiuti. Per la prima volta, in massa, i rifugiati rientrano da Pakistan e Iran. Compaiono vestiti e tagli di capelli occidentali, ritornano musica, televisione e teatro; con il programma “Back to School”, milioni di bambine riprendono la scuola.

Cambiamenti anche per le donne, ma con prudenza. Timorose e sagge, solo dopo qualche tempo cominciano a mostrare il viso senza velo; cappotti e foulard sostituiscono i burqa nei quartieri centrali delle città, raramente in quelli più lontani, mai nelle campagne e nei villaggi.

Il nuovo Afghanistan ha il volto di Hamid Karzai, presidente prima designato, poi eletto. Viaggia in ogni continente applaudito e ammirato. L’intera capitale diviene un cantiere in costruzione. Il valore di terreni e case sale alle stelle. Ma se le città sembra scordare la guerra, non le campagne, dove i bombardamenti continuano. 

Dal 2006 l’euforia comincia a mostrare crepe. Chi i colpevoli? Tutti. L’Occidente che ha fretta e vuole imporre un concetto di democrazia che l’Afghanistan fatica a capire. Come può un Paese dove vale imporre, non persuadere, cominciando in famiglia, con padri e maschi padroni?

Democrazia suggerisce uguaglianza? Fra chi e chi? Si concilia con l’Islam?  Colpevoli gli afghani di credere che denaro, benessere e pace piovano dal cielo, incapaci di guardare oltre etnie e clan, legati a tradizioni e costumi, insofferenti alle leggi dello stato. Aggravano la situazione i Paesi vicini, con mire e piani che non contribuiscono di certo ad una armoniosa convivenza.

Intanto i Talebani risollevano il capo. “Voi avete gli orologi, noi il tempo”, dicono sfidando gli eserciti stranieri, aspettando pazienti si ritirino. Piano piano il governo perde potere sulle province, il presidente Karzai viene definito il sindaco di Kabul,  la sicurezza si deteriora. La corruzione è alle stelle, chi può prende, la coltivazione dell’oppio è a livelli record. Gli attentati suicidi si moltiplicano, i diritti conquistati dalle donne vacillano, il numero di chi cerca di lasciare il paese cresce a dismisura. 

E adesso?  Sono solo con Jalil, lo conosco da tanto tempo. Parla poco, mai a vanvera. Dice che di fronte agli altri preferisce non esprimersi. La notizia del ritiro americano lo spaventa. Nei negoziati di Doha non crede. Troppa distanza tra le fazioni, e i Talebani non accettano compromessi.  Che facciano parte dei dialoghi di pace è giusto, sono parte del Paese, come ignorarli. Ma teme nuove violenze, non si fida di nessuno. Senza forze straniere a controllare, si sbraneranno. Si ferma un attimo. Scandisce le parole: vent’anni di grandi promesse diventate delusioni. Anni di opportunità buttate al vento. Avremmo dovuto prevederlo. Scrolla il capo rassegnato.

Fisioterapista e scrittore, Alberto Cairo vive e lavora dal 1989 in Afghanistan

Fonte: Repubblica

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