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Sono passate due settimane dalla fine del ponte aereo da Kabul e centinaia di afghani continuano a invocare il soccorso dell’Italia. Sono militari e agenti che hanno combattuto con i nostri soldati; collaboratori e interpreti che hanno lavorato per le nostre truppe, le nostre sedi diplomatiche, le nostre ong. Sono i familiari di quelli che hanno raggiunto l’Occidente ottenendo asilo: in molte città i talebani li vanno a cercare casa per casa. Una lista lunghissima che comprende persone che vivono o studiano nel nostro Paese da anni ed erano rientrate in patria per le prime vacanze dall’inizio della pandemia rimanendo intrappolate dall’avanzata fondamentalista. Tutti hanno paura delle rappresaglie e descrivono violenze del passato e del presente.

Decine dei loro parenti che dall’Italia cercano di aiutarli hanno scritto all’indirizzo sosafghanistan@repubblica.it e da oggi cominciamo a raccontare le loro storie, usando nomi di fantasia per non esporli a ritorsioni. Molte delle persone bloccate a Kabul erano riuscite a entrare nelle liste dei voli militari italiani in partenza dalla capitale, ma l’attacco kamikaze contro l’aeroporto ha impedito loro di varcare i cancelli. Alcuni stanno tentando di raggiungere il Pakistan, viaggiando con donne e bambini. Un esodo che – ad esempio – ha permesso a parte dei dipendenti afghani dell’onlus Wave of Hope for the Future di varcare la frontiera: la Farnesina si è impegnata a fargli ottenere un visto umanitario a Islamabad. Ma altri – come i parenti di un ex funzionario dell’intelligence che adesso vive in Friuli – si trovano isolati e senza soldi in luoghi che non conoscono, in balia delle richieste dei trafficanti e delle retate talebane.

Sono appelli disperati quelli raccolti da Repubblica. Molti dei familiari denunciano la difficoltà nel contattare la Farnesina e i nostri uffici diplomatici nei Paesi confinanti, mentre sostengono sia più facile avere risposte dal Comando Operativo Interforze della Difesa, che ha gestito l’operazione di rimpatrio. Chi sta lottando per portare in salvo qualcuno vorrebbe almeno avere un numero di telefono dedicato e ricevere aggiornamenti. Il ministero degli Esteri ribatte però che l’Unità di crisi non ha mai smesso di occuparsi di queste persone, anche se oggi l’assenza di relazioni con i nuovi signori di Kabul ha fermato tutte le partenze dall’Afghanistan: non c’è un canale umanitario né diplomatico per farli uscire. È un muro che lascia poche alternative alla fuga a piedi, affrontando le strade di montagna verso Pakistan o Iran. Nella speranza di arrivare poi in Italia.

L’incubo di Azar, studente rimasto in coda dopo l’attentato all’aeroporto

Una vita normale a Roma e la possibilità di studiare in un liceo. Poi, dopo la lunga pandemia, il ritorno a Kabul nello scorso giugno per una vacanza per riabbracciare i familiari. Ma la rapida vittoria dei talebani lo ha imprigionato nella capitale. Il fratello dall’Italia è riuscito a far intervenire la comunità Sant’Egidio, che si è mossa per garantirgli un posto sui nostri aerei militari. Hanno contattato Azar: gli hanno spiegato a chi rivolgersi all’aeroporto. Ma proprio quel pomeriggio c’è stato l’attentato. Azar è rimasto in coda, assieme ai feriti, senza riuscire a superare i cancelli. La sua famiglia appartiene all’etnia hazara, odiata dai talebani e dall’Isis-K: due dei fratelli sono stati assassinati nel 2018. Per loro la vita in patria è stata sempre pericolosa, adesso è diventata ad altissimo rischio. Il primo a mettersi in viaggio è stato Ahmad, che nel 2009 ha raggiunto il nostro Paese attraverso la rotta balcanica. Ha ottenuto il riconoscimento di rifugiato e poi la cittadinanza italiana. Grazie al suo lavoro in una gastronomia, manda i soldi alla madre e alle vedove dei fratelli uccisi, che hanno otto bambini. Poi gli è stato concesso il ricongiungimento con la sorella e il fratello, studenti a Roma. Fino alla caduta di Kabul che ha trasformato la vacanza di Azar in un incubo. E adesso ripete il suo appello: “Lui ha un permesso di soggiorno che scade domani. La sua vita è in Italia”.

Il collaboratore della Difesa: “Cercano i miei familiari”. In dieci bloccati al confine

Lucia è una psicologa che vive in Friuli e a giugno si è sposata con un afghano, in Italia da cinque anni. Prima di trasferirsi nel nostro Paese, il marito ha lavorato per un decennio con l’Antiterrorismo, contribuendo sul campo a dare la caccia ai talebani e ai terroristi qaedisti: ha collaborato con l’intelligence della Nato e quella del governo di Kabul. Proprio perché troppo esposto, gli è stato concesso di venire in Italia: parla sei lingue ed è un mediatore culturale molto stimato. Quando a fine luglio i talebani hanno cominciato la marcia sulla capitale, al marito di Lucia dalla patria sono subito sono arrivati “avvertimenti”: “Vogliono punire chi lavorava per gli americani, stanno cercando anche i parenti. Devi far partire i tuoi familiari”. Lui si è rivolto al ministero della Difesa, che li ha inseriti nella lista dei voli: dovevano decollare il 26 agosto, ma i soldati americani e inglesi non li hanno lasciati passare. Poi, mentre tentavano di contattare i nostri militari, c’è stata l’esplosione del kamikaze: molte persone intorno a loro sono state fatte a pezzi. Uno dei nipotini dice che continua a sognare i bambini che erano in fila con lui e sono stati spazzati via dalla bomba. Dopo la fine del ponte aereo i familiari hanno raggiunto una città non lontana dal confine pakistano: ora sono nascosti, terrorizzati. “Sono in dieci. Hanno finito i soldi e non possiamo fargli arrivare neppure un aiuto economico – spiega Lucia – qui in Friuli tutta la comunità è pronta ad aiutarli. Ma se riescono a passare la frontiera, come potranno evitare di finire in un campo profughi? Chi li aiuterà ad arrivare all’ambasciata italiana? Tranne i militari, nessuno ci dice nulla”.

La cooperante ferma a Kabul dopo aver aiutato a ricostruire una scuola

Costantino Tenuta è il presidente di Wave of Hope for the Future Onlus, un’associazione creata e gestita direttamente dai rifugiati per aiutare i rifugiati. “Nel 2020 abbiamo aperto una sede a Kabul per ricostruire la scuola di Farza, rasa al suolo dai talebani pochi mesi prima. L’abbiamo inaugurata ad aprile scorso: 650 studenti, in gran parte adolescenti e bambine. A Kabul il nostro staff afghano è anche molto attivo organizzando proteste e manifestazioni sui diritti civili, in particolare delle donne. Abbiamo anche allestito una mostra”. La caduta della capitale ha trasformato i dieci collaboratori della onlus in bersagli della vendetta. “Da settimane stiamo tentando di tutto per portarli al sicuro. Solo grazie a Sant’Egidio, che ci ha messo in contatto con i militari italiani, eravamo riusciti a inserirli nell’elenco dei voli. Sono stati quattro giorni in coda per entrare nell’aeroporto, infilati nel canale di scolo, ma dopo la strage non sono riusciti a passare. Ora sono arrivati in Pakistan dal confine Sud, un viaggio allucinante di dieci giorni. Tutti i miei tentativi di avere risposte dalla Farnesina per settimane sono andati a vuoto. Qualche giorno fa ho ricevuto una loro telefonata e mi hanno spiegato che chi ha raggiunto il Pakistan potrà ottenere un visto umanitario. Purtroppo però una delle nostre collaboratrici non ce l’ha fatta ed è ancora a Kabul. Come lei tante altre persone. Non possiamo dimenticarcene”.

Fonte: Repubblica

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