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NEW YORK – Tavolini da caffè appena un po’ graffiati. Buste piene di M&M’s ancora buoni. Abiti e scarpe vintage senza neanche un buco. Tubetti di dentifricio mezzi pieni. Servizi di piatti spaiati. Vecchi libri. E poi i cornetti ancora fragranti che gli Starbucks gettano via a fine giornata. Borse piene di decorazioni natalizie di City Hall, il municipio. Maglie della Nfl, la lega football americane, rimaste invendute dopo il Super Bowl. E perfino un pappagallo vivo, depositato fra i cassonetti davanti a un negozio di animali Petco.

“La gente, le aziende e perfino le scuole buttano via di tutto, senza rendersi conto di cosa infilano nel cassonetto” dice Anna Sacks, 30 anni e i capelli rossissimi e ricci, che ogni giorno cerca nuovi tesori nelle strade di quella New York dov’è nata e cresciuta. Ambientalista convinta, si è fatta le ossa lavorando a Think Zero – società specializzata nell’aiutare le aziende a razionalizzare i rifiuti – e oggi si batte per far approvare la legislazione “Donate Don’t Dump”, campagna per far riutilizzare, appunto, beni ancora fruibili e impedire di mandarli in discariche e inceneritori: “Sono sempre stata attratta dall’usato” dice durante una delle sue passeggiate nell’Upper West Side dove rovista nelle buste del riciclo, accumulate sui marciapiedi in specifici giorni in attesa di essere recuperate. “Mi sono resa conto che il problema è del sistema più che degli individui. La gente non getta via cose che non usa più perché è superficiale: non ha altre opzioni a disposizione”.

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Per questo, armata di cellulare, da qualche mese riprende le sue scorribande fra l’immondizia altrui, documentando i ritrovamenti su Instragram e TikTok attraverso l’account @thetrashwalker, “la passeggiatrice della spazzatura”, dove ha oltre 40mila followers. Tanto che ormai pure le istituzioni cittadine la considerano un’influencer capace di mostrare i danni del consumismo esasperato: “Per dire, ho appena trovato centinaia di mattoncini Lego, troppo piccoli per essere riciclati: sfuggono ai meccanismi delle macchine che recuperano plastica e dunque finiscono in discarica”. Contribuendo così al triste primato americano di maggiori produttori di rifiuti plastici (secondo i dati pubblicati a novembre su Science Advances). Primi sia per volume assoluto – 42 milioni di tonnellate di plastica nel solo 2020, quasi il doppio dell’India (26 milioni) e della Cina, (21 milioni) nonostante questi abbiano più abitanti – sia per quantità pro capite: 130 kg a testa. Producendo addirittura il 17 per cento degli scarti plastici, altamente inquinanti, del Pianeta.

“Mi diverto. E allo stesso tempo faccio qualcosa di utile”, racconta. Con l’hashtag #RetailMadeMe ha svelato uno degli aspetti più sinistri dello spreco cittadino: dipendenti mal pagati, costretti a distruggere beni o buttar via cibo di cui avrebbero bisogno ma che non possono permettersi. “Ho collaborato con Kathryn Garcia durante la sua campagna” dice, riferendosi alla candidata sconfitta alle primarie per il sindaco di New York tenutesi a giugno. “Non ce l’ha fatta, ma ora voglio collaborare con il candidato ufficiale, Eric Adams. La questione sprechi e riciclo deve trovare posto nella sua agenda”.

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Le sue denunce, d’altronde, hanno già ottenuto risultati: “Dopo aver mostrato quanto cibo Starbucks butta via ogni giorno, l’azienda si è impegnata a ridurre i rifiuti e donare gli avanzi. E abbiamo ottenuto risultati pure dalla catena di farmacie CVS”. Le idee le ha chiare: “I programmi esistenti sono buoni ma sotto finanziati. E serve la raccolta differenziata obbligatoria dei rifiuti organici. Negozi per barattare oggetti superflui per qualcuno, necessari per altri. E nuove regole del commercio internazionale dei prodotti riciclati”. Con i suoi amici, rimette in circolazione i tesori trovati nell’immondizia attraverso il gruppo Facebook “Buy Nothing”: spesso cedendoli a chi ne farà buon uso, come la dottoressa che ha recuperato giochi per l’ospedale pediatrico dove lavora. “Molta di quella roba è fatta in materiali dannosi, non dovrebbero produrla. Ma è lì: va sfruttata fino in fondo”.

Fonte: Repubblica

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