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Gli oppositori bielorussi Maria Kolesnikova e Maksim Znak sono stati condannati rispettivamente a 11 e 10 anni di prigione, rispettivamente. Lo riporta l’emittente Dozhd. Il tribunale regionale di Minsk ha trovato colpevoli i due membri del Presidium del Consiglio di coordinamento dell’opposizione bielorussa.

Kolesnikova è stata condannata a undici anni di carcere per il suo ruolo nelle proteste contro le elezioni dello scorso anno che hanno portato alla rielezione di Aleksandr Lukashenko. La procura aveva chiesto per lei una condanna a 12 anni, accusata di aver voluto rovesciare il regime. Il processo a suo carico è cominciato all’inizio di agosto.

Kolesnikova, che ha 39 anni, è in carcere da un anno. Era stata arrestata dopo aver opposto resistenza al tentativo delle autorità di espellerla gettandosi fuori da un auto e distruggendo il suo passaporto.

Znak, anch’egli arrestato a settembre, era stato precedentemente accusato di aver convocato manifestazioni volte a danneggiare la sicurezza, la sovranità, l’integrità territoriale, la sicurezza nazionale e la difesa del Paese.

Migliaia di bielorussi, tra cui decine di giornalisti che seguivano le proteste, sono stati arrestati durante le proteste organizzate per manifestare contro le elezioni. Lukashenko ha negato qualsiasi illecito riguardo al voto e si rifiuta tuttora di negoziare con l’opposizione per dimettersi e indire nuove elezioni. L’Unione europea, gli Stati Uniti, il Canada e gran parte dei Paesi della comunità internazionale si sono rifiutati di riconoscerlo come legittimo leader della Bielorussia e hanno emesso delle sanzioni contro la “falsificazione” del voto e la repressione contro i manifestanti.

La leader dell’opposizione in Bielorussia, Svetlana Tikhanovskaja, ha richiesto l’immediato rilascio di Kolesnikova e Znak: “Chiediamo l’immediato rilascio di Maria e Maksim, che non sono colpevoli di nulla. Si tratta di terrore contro i cittadini bielorussi che osano opporsi al regime. Non ci fermeremo finché tutti non saranno liberi in Bielorussia”.

Fonte: Repubblica

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