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ROMA – “Sono pronto a farmi interrogare”. È durato poco più di due ore l’incontro tra Walter Biot il suo legale. Un colloquio, quello avvenuto nel carcere romano di Regina Coeli, dettato dall’esigenza di concordare una linea difensiva che verrà snocciolata davanti al tribunale del Riesame. Il penalista Roberto De Vita, che assiste l’ufficiale della Marina arrestato perché accusato di aver venduto alcune informazioni classificate ai russi, ha infatti depositato l’istanza al tribunale della Libertà.

Una richiesta basata soprattutto sulle  parole che l’indagato gli ha riferito durante i diversi colloqui: “Le informazioni di cui potevo disporre secondo le abilitazioni del mio incarico erano informazioni non di interesse militare operativo e militare strategico – ha detto Biot – E quindi le contestazioni che mi vengono mosse possono riguardare fatti di bassissima rilevanza. Non potevano per definizione compromettere l’interesse nazionale”.

Non la pensano così i magistrati della procura di Roma che ritengono che le foto dei documenti consegnate ai russi contenessero materiale riservato e segreto. Gli atti, rivelano le telecamere piazzate dallo Stato Maggiore della Difesa nell’ufficio dell’indagato, sono stati acquisiti almeno in tre diverse occasioni: il 18, il 23 e il 25 marzo. Sempre con un cellulare capace di immagazzinare il materiale in una nano sim poi consegnata ai russi in un parcheggio della periferia romana, a Spinaceto.

“Chiederemo di essere ascoltati dalla Procura di Roma nei prossimi giorni. Il nostro obiettivo è dimostrare che il ruolo ricoperto da Walter Biot  non dava accesso a documenti di livello strategico, atti che in alcun modo riguardavano la sicurezza dello Stato”, spiega l’avvocato De Vita.

Nel frattempo le indagini vanno avanti. La perquisizione dell’armadietto chiuso a chiave nell’ufficio di Biot non ha dato i frutti sperati. All’interno non c’era niente di compromettente: solo una bottiglia di spumante, qualche indumento, e alcune carte non rilevanti.

Fonte: Repubblica

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