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Sono decine di migliaia. Avanzano a piedi, in auto, in moto e bici, a bordo dei camion con i cassoni già colmi di bandiere e bastoni, mentre dagli altoparlanti rimbombano gli slogan duri che annunciano battaglia. La gente preme, agita pugni e mani, urla, spinge fino a far crollare il muro di agenti che resistono, debolmente, a questa folla decisa a occupare i luoghi del potere. È il giorno della riscossa, della rivolta contro le istituzioni che non lasciano governare l’ex Capitano.

Un 7 settembre che non è solo il giorno dell’indipendenza dal Portogallo, a 199 anni di distanza, una ricorrenza ormai simbolica, ma la data d’inizio di una nuova fase. Lo avevano denunciato, allarmati, 28 ex capi di Stato e governo di altrettanti Paesi: c’è aria di golpe, la voglia di forzare la mano, di imporre le volontà della maggioranza che ha scelto Jair Bolsonaro come presidente. È a rischio la democrazia.

Lo ripete ancora adesso che la manifestazione allunga verso la spianata dei ministeri e la invade, mentre il servizio d’ordine predisposto dal governo traballa indeciso, forse un po’ complice, sicuramente non così duro e compatto come pensava chi lo aveva predisposto.

Il Brasile torna a dividersi. Mentre la sinistra e il centro si rifugia a casa e negli uffici e tenta solo una debole risposta di piazza, la destra estrema chiama alla mobilitazione e chiede nuovo sostegno per il presidente. Lo chiede nel momento più difficile per Jair Bolsonaro.

La gestione caotica del Covid, il numero dei morti che si avvicina a 590 mila, i vaccini che arrivano a singhiozzo, le dosi distribuite a macchia di leopardo.

Insieme alla siccità che ha prosciugato i fiumi, costretto a razionare la distribuzione dell’elettricità, con il ministro delle Miniere e dell’Energia che ammette quanto sia grave la situazione e invita tutti a ridurre i consumi, a farsi la doccia solo nei fine settimana, a usare l’acqua calda solo ma mattina, a spegnere la luce quando arriva quella naturale.

Insieme all’economia che non decolla, gli industriali perplessi per la mancanza di un piano strategico e gli investitori che chiedono lumi ai banchieri, a loro volta scuri in volto, incapaci di fare qualsiasi previsione.

È l’anima dura del governo a imporre una prova di forza. Un sostegno chiaro, visibile, fatto dalla gente che ha creduto e ancora crede in Bolsonaro, quello che va in scena a Brasilia, San Paolo e ancora a Rio de Janiero, spingendosi più in su, verso il nord Est, con il centro di Fortaleza che viene riempito sin dalla prime ore del mattino. Già lunedì notte, i fan che vengono chiamati Pocketnaristi, superano agevolmente le prime barriere dei poliziotti. Tra la folla ci sono molti agenti, anche in divisa. Qualcuno viene fotografato mentre agita una pistola.

L’obiettivo è il Congresso e il Tribunale Superiore Federale, le due istituzioni considerate nemiche del presidente, quelle che ostacolano la sua azione, che scavano nella sua vita, che gli contestano le fake news sull’idrossiclorochina, la banalizzazione del virus che contagia e uccide. La messa al bando della mascherina, il boicottaggio del vaccino, le passeggiate provocatorie tra la gente invitandole a uscire di casa, a tornare al lavoro.

Fino agli attacchi alla magistratura che indaga sulla “macchina dell’odio”, l’ufficio che sforna migliaia di post e video sui social falsi, ingannevoli, pericolosi per la salute pubblica. Senza considerare l’Amnazzonia, gli incendi, il disboscamento, la decisione di rivedere i confini delle terre assegnate agli indigeni che sostano da giorni a poche centinaia di metri da questa spianata in attesa di un verdetto che deciderà il loro futuro. 

Il nemico torna ad essere il comunismo, la cultura di sinistra che contamina scuole e università, che si diffonde tra la gente. Ma anche chi difende la divisione dei poteri, l’indipendenza della magistratura e dalla Corte Suprema. Dopo una breve scaramuccia tra i manifestanti che con dei razzi avevano cercato di appiccare il fuoco al ministero degli Esteri e la polizia che ha usato lacrimogeni e gas urticanti, Jair Bolsonaro fa il suo ingresso nella spianata, la piazza dei Tre Poteri, il cuore della democrazia brasiliana. Arriva a bordo di una Rolls Royce guidata dall’ex pilota di Formula 1 Nelson Piquet, suo sostenitore della prima ora.

Parla alla gente. Un discorso messianico e insieme eversivo. Minaccioso e golpista. Nei confronti del Tribunale Supremo: “O il capo di questo potere blocca chi indaga o questo potere rischia di patire quello che vorremmo non fare”.

Un chiaro messaggio al consigliere Alexandre de Moraes, il giudice incaricato di valutare le prove contro l’uso costante di fake news da parte dell’ufficio propaganda del presidente, quello guidato dal figlio Eduardo Bolsonaro, eletto deputato al Congresso, anche lui presente in piazza. 

È un’inchiesta pericolosa per il presidente. Per bloccarla, proprio lunedì, ha varato un decreto che obbliga le principali piattaforme social a motivare ogni blocco o rimozione di post considerati impropri o devianti. “Noi siamo per la libertà di espressione”, incalza Bolsonaro.

“Twitter, Facebook e Youtube d’ora in poi dovranno fornire la giusta causa e motivazione” prima di intervenire. Il presidente parla “al popolo” e a lui fa continuamente riferimento in un comizio dove alterna vittimismo a minacce di intervento autoritario. Non esclude il ricorso al golpe, all’uso dei militari, critica aspramente la supposta “dittatura delle toghe”.

È insofferente alle regole della democrazia, non concepisce l’equilibrio dei poteri. Ha bisogno di governare con i suoi metodi e i suoi principi. Sa di vivere il momento più difficile della sua presidenza, con i consensi che sono precipitati sotto il 30 per cento. Vede sfumare la possibilità di un rinnovo nell’ottobre del 2022. Ecco allora l’appello a una grande mobilitazione.

Chiama a raccolta gli evangelici, gli agrari, i proprietari terrieri e i grandi allevatori. Ma anche la polizia e l’esercito. La sua base elettorale, quella che non ha mai smesso di sobillare, di premere, di chiedere interventi decisi, forti, che adesso fanno traballare la terza più solida democrazia dell’America Latina. Lo fa dando sfogo alle spinte più estremiste, coprendo le minacce che scorrono di nuovo sul web e sui telefoni personali di magistrati e deputati. Ci sono due mandati di cattura arresti per “minacce di morte” al consigliere Alexandre de Moraes. Il primo è un poliziotto, latitante; il secondo è un commerciante.

L’enorme folla vestita con le magliette giallo verde e avvolta dalle bandiere nazionali continua a presidiare la spianata dei ministeri. Bolsonaro si sposta a San Paolo. Si temono altri incidenti. Qualcuno che spari con le tante pistole che girano tra i manifestanti. Basta poco per scatenare l’inferno. “Mai come ora è a rischio la nostra democrazia”, commentano angosciati leader politici, uomini e donne delle istituzioni.

Fonte: Repubblica

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