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Due anni di lavoro per un testo in Parlamento e, in parallelo, per un referendum abrogativo con l’associazione Luca Coscioni, il Forum Droghe, Meglio Legale, Antigone, Società della Ragione ed esponenti di +Europa, Possibile e Radicali italiani. Il 7 settembre il quesito è arrivato in Cassazione, l’11 è stata aperta la raccolta firme su www.referendumcannabis.it. Riccardo Magi, parlamentare e presidente di +Europa, è tra i promotori.

A 72 ore dal via avete raggiunto 330 mila adesioni. Un successo.

“Assolutamente sì. È come se ci fosse stata un’attesa nel Paese e questo per me è commuovente. Quest’esplosione di firme è la dimostrazione che alcuni leader politici dovrebbe andare più cauti nello stabilire cosa interessa ai cittadini visto che hanno subito commentato sostenendo che non fosse una priorità. Si dice sempre che soprattutto i giovani non si occupano di politica, forse perché hanno la sensazione che la politica si occupi poco di loro, di cosa gli sta a cuore”.

La commissione Giustizia della Camera aveva approvato un testo base sulla cannabis, perché c’è bisogno del referendum?

“Appena abbiamo adottato il testo base esponenti nazionali di centrodestra come Salvini, Gasparri, Pillon hanno aperto un fuoco di fila annunciando che sarebbero piovuti migliaia di emendamenti e che la legge sulla cannabis non si sarebbe potuta mai toccare. È un tabù e un tema del tutto espulso dall’agenda politica. Era necessario attivare la via referendaria proprio per contrastare gli ostacoli parlamentari. A nessuno come a me che due anni fa ho avanzato una proposta di legge e poi ho lavorato per arrivare al testo base in Commissione sta a cuore andare avanti con l’iter parlamentare, ma deve venir fuori la volontà politica dalla maggioranza che l’ha votato (Pd, M5s, Leu, ndr)”.

E invece?

“Quella volontà sta latitando. Avevo chiesto che ci fosse subito un impegno a trovare una corsia per portarlo rapidamente in Aula. Non ho avuto risposte. E io credo che sia un errore perché è un grande tema sociale che coinvolge 6 milioni di consumatori e tocca il tema della lotta alle mafie, delle carceri sovraffollate, dei tribunali soffocati dai processi, della salute dei cittadini, dell’informazione sulle sostanze, dello scandalo sanitario sulla mancanza di dosi per chi ne fa uso terapeutico. Se non lo accoglie e fa suo il fronte riformatore e progressista, chi lo fa?”.

Cosa chiede il quesito referendario?

“Rimuove le pene detentive per tutte le condotte legate alla cannabis, che tra l’altro ingolfano le carceri, e cancella la sanzione amministrativa della sospensione della patente per chi detiene cannabis per uso personale, che non ha niente a che fare con il ritiro della patente per guida sotto sostanze stupefacenti che invece resta e siamo convinti debba restare”.

Se vincesse il sì al referendum non si creerebbero vuoti normativi sulla detenzione e l’uso delle sostanze che chiamerebbero comunque il Parlamento a dover legiferare?

“Abbiamo fatto lo sforzo di individuare un quesito che fosse ammissibile per la Corte costituzionale e chiaro, che spinge verso la regolamentazione e la legalizzazione della cannabis. La legge 73 sulla quale il referendum interviene potrebbe funzionare anche così ma è chiaro che ci sarebbe un’indicazione popolare evidente e il Parlamento potrebbe a quel punto intervenire per istituire un nuovo regime di regolamentazione non solo del consumo ma anche della produzione e del commercio della cannabis”.

Torniamo alla firma digitale.

“È una rivoluzione, frutto di un lavoro lungo avviato da Mario Staderini che portò le difficoltà italiane nel promuovere il referendum fino all’Onu e conclusa da me per la sua introduzione già da quest’anno. I cittadini dialogano già con la pubblica amministrazione attraverso Spid e firma digitale, era incomprensibile che non si utilizzasse anche per il referendum”.

Non c’è il rischio di una proliferazione dei quesiti visto che sembra così facile raccogliere le firme come per una qualsiasi petizione?

“Quando i nostri costituenti hanno concepito il referendum abrogativo non hanno pensato, credo, a fare una corsa a ostacoli per votare: non dobbiamo pensare solo a chi vive a Roma o a Milano ma anche in paesi e province dove i banchetti non arrivano. E poi io penso che le persone riconoscano quando gli viene proposta e offerta la possibilità di esprimere la propria volontà in maniera seria e credibile. Non è solo una questione di forma ma anche di contenuto. Il referendum è una cosa seria: non serve solo a far pressione ma ad aprire un dibattito nel Paese, a convocare il corpo elettorale, non è un voto tanto per, iscrivendosi con una mail. Se poi ci sarà da riformare l’istituto referendario lo vedremo”.

Fonte: Repubblica

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