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ROMA – Non difendersi nel processo ma sottrarsi dal processo. È quello che la Procura di Roma pensa abbia fatto fino a oggi l’Egitto davanti all’omicidio di Giulio Regeni, il ricercatore italiano ammazzato al Cairo nel febbraio del 2016. Ed è quello che, a partire da questa mattina, i magistrati italiano cercheranno di evitare che ancora accada. Comincerà oggi, infatti, nell’aula bunker del carcere di Rebibbia uno di quei processi che, comunque vada, segnerà un punto nella storia d’Italia. Alla sbarra ci sono quattro ufficiali della National security, il servizio segreto civile egiziano: il generale Sabir Tariq, i colonnelli Usham Helmi, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif accusati delle torture, del sequestro e dell’assassinio di Giulio.

È un processo che, con tutta evidenza, avrà come imputati i quattro agenti. Ma a essere messi sotto accusa saranno soprattutto le azioni di uno Stato, l’Egitto, al centro di critiche feroci in questi anni in tema di diritti umani. Che si tratti di un processo storico lo sa il Governo italiano: ieri il presidente Mario Draghi ha annunciato che la Presidenza del consiglio si costituirà parte civile nel procedimento accanto alla famiglia Regeni. Un gesto concreto ma dall’altissimo valore simbolico.

Che questo di Roma è un passaggio della storia, lo sa perfettamente anche il presidente egiziano Al Sisi. Ed è per questo che il Cairo ha provato a evitare che l’assassinio Regeni finisse in un’aula di giustizia. Prima – come hanno ricostruito i carabinieri del Ros e i poliziotti dello Sco – con cinque anni di depistaggi di indagini: finti testimoni hanno provato ad allontanare le attenzioni dalla National security, addirittura cinque innocenti sono stati ammazzati in un conflitto a fuoco, facendo poi ritrovare a casa di uno di loro i documenti di Giulio. Portati, invece, proprio da un poliziotto. E ancora: sono state cancellate le immagini del sistema di videosorveglianza della metropolitana di Dokki dove, secondo la ricostruzione che ne fa la Procura, Regeni è stato sequestrato. Infine, non è mai stata consegnata all’Italia il traffico delle celle che era stato promesso.

Dopo i depistaggi, quando l’Italia ha concluso comunque le indagini grazie al lavoro della procura di Roma e delle forze di polizia sono cominciate tutte una serie di attività per evitare che il processo si tenesse. Dal momento dell’iscrizione nel registro degli indagati dei quattro agenti, la collaborazione tra i due paesi si è completamente interrotta. Nessuna risposta alle rogatorie inviate dalla Procura, è stata persino tradita la parola data ai genitori di Giulio di riconsegnare gli abiti del ragazzo. Non solo: l’Egitto non ha mai comunicato gli indirizzi dei quattro indagati, tanto che non è stato possibile notificare loro gli atti. Sulla carta questo potrebbe essere un problema per l’avvio del processo ma Procura – così come il giudice che li ha rinviati a giudizio – ritiene che si tratti di una strategia per evitare il processo. Anche perché ci sono stati una serie di elementi che proverebbero la conoscenza del procedimento: la diffusione mediatica, per esempio, ma soprattutto le interlocuzioni politiche e diplomatiche tra Italia ed Egitto avvenute in questi cinque anni a tutti i livelli.

Fonte: Repubblica

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