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Alma Shalabayeva non era moglie di un rifugiato politico ma di un irregolare sul territorio nazionale che non aveva mai formalizzato la richiesta di asilo politico. Lei stessa non era in possesso di un permesso di soggiorno. Tutte informazioni sul presunto dissidente kazako Mukhtar Ablyazov che mette nero su bianco il ministero dell’Interno per mano del sottosegretario Nicola Molteni e che riaprono il caso del sequestro di persona della moglie di Ablyazov, espulsa dall’Italia nel 2013 insieme alla figlia di 6 anni.

Per quella operazione di polizia sono stati condannati due ex questori d’Italia: l’allora capo della Squadra mobile di Roma Renato Cortese, il dirigente generale della polizia che catturò nel 2006 il padrino Bernardo Provenzano e questore di Palermo, e Maurizio Improta, ex questore di Rimini e all’epoca dirigente dell’Ufficio immigrazione. La condanna in primo grado è di 5 anni. Condannati anche altri cinque uomini che parteciparono alla perquisizione in casa della Shalabayeva. Adesso si attende la data del processo d’appello.

Mukhtar Ablyazov era un irregolare in Italia nel 2013. La sua presenza sul territorio nazionale risultava da una nota pervenuta dall’Interpol di Astana. E tre stati – Ucraina, Kazakistan e Russia – lo segnalavano all’Interpol come “individuo sospettato di essere pericoloso” per i suoi trascorsi in cui fu accusato di appropriazione indebita, riciclaggio, associazione a delinquere finalizzata al falso.

Questo risulta dalla risposta del ministero dell’Interno all’interrogazione presentata da alcuni parlamentari del M5S che adesso affermano: “Crescono i dubbi su quelle condanne”. Nella risposta del sottosegretario viene riportato anche che Alma Shalabayeva, trovata in una casa di Casal Palocco il 29 maggio 2013, era in possesso di un documento d’identità rilasciato dalla Repubblica centrafricana ma contraffatto. Nel prestampato sono saltate agli occhi degli investigatori le parole in inglese “address” e “height”, con errori grossolani.

I deputati Caterina Licatini, prima firmataria dell’interrogazione, e Francesco D’Uva, commentano: “I dati dimostrano i trascorsi e gli intenti criminali di Ablyazov, ci auguriamo contribuiscano a riabilitare tutti coloro che hanno dovuto subire un’ingiusta condanna”.

Secondo i giudici di primo grado del tribunale di Perugia, Mukhtar Ablyazov, per il quale il suo Paese aveva richiesto l’arresto, era un rifugiato da proteggere e non da catturare.

“Finalmente è stata fatta luce su una serie di elementi di cui sorprendentemente la sentenza che ha condannato Renato Cortese non ha tenuto conto e dei quali inevitabilmente si discuterà in appello. Renato Cortese, inoltre, non ha mai conosciuto Alma Shalabayeva e in quanto dirigente della Squadra Mobile di Roma non aveva competenze e poteri  in materia di immigrazione”, dicono gli avvocati Franco Coppi ed Ester Molinaro, difensori dell’ex questore di Palermo.

Fonte: Repubblica

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