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SALERNO – “Il popolo si deve scetare”. Marcello dice così, dice che il popolo si deve svegliare. Gli domando perché. “Tenimm’a fa’ la rivoluzione”, risponde brusco, con una specie di mezzo sorriso, amaro. È il bagnino di questa stretta lingua di sabbia cittadina, Lungomare Trieste. Mi racconta di avere lavorato negli anni anche a Fregene e a Maccarese: “Voi romani siete spavaldi, vi vantate sempre”. Una signora che non vuole dirmi il suo nome (“Lo tenete il tesserino del giornale? Mi state registrando?”) lo sovrasta, lo lascia parlare poco. Marcello si esprime in dialetto stretto, a voce bassa, qualche parola me la perdo. Quando la signora sente evocare la rivoluzione, interviene all’istante, in un accesso imprevisto di neo-borbonismo: “Sapete che vi dico? L’Unità d’Italia ci ha rovinato, ha rovinato il Sud”.

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Foto di Andrea Sabbadini 

LA SFIDUCIA COME LA CAPPA DI AFA

Voglio approfondire questa idea di rivoluzione possibile: Marcello tira in ballo i vaccini (l’inappetenza della figlia dopo l’inoculazione l’ha spaventato), le varianti (“Delta, zeta, ricominciamo da capo! Non doveva essere finita?”), il discorso si ingarbuglia. La sfiducia, quella sì, viene fuori spessa, quasi tangibile, come la cappa di afa e di foschia che preme sulla città. La signora non si placa: anti-parlamentarista, diffidente. La ascolto, non la interrompo. È tutto quello che dovremmo fare, e non lo facciamo mai, mi dico: ascoltare. È il senso di questo viaggio. Quando prende fiato, le domando se c’è qualcuno in cui riponga qualche fiducia. “Quella ragazzina che ha dato l’input”. Chi? Non ricorda il nome. “La nordica, Greta, sì”. Mentre sto per allontanarmi, mi richiama indietro come dovesse affidarmi un segreto: “Io da ragazza la leggevo Repubblica! Non usciva il lunedì, lo sapete? A volte bastava mettersela sotto il braccio per fare capire da che parte stavi”. Si raccomanda che non scriva male del Mezzogiorno. Il fotografo che mi accompagna, Andrea, le domanda che cosa cucinerà per pranzo. “Fa caldo, stiamo leggeri, un’insalata di pomodori e una caciottina fresca. La mozzarella? No, in questo periodo è un poco acida”.

IL REPORTAGE DI PASOLINI DEL ’59

“Salerno (dove tornerò, eccome!)”, scrive Pier Paolo Pasolini nel suo reportage del 1959. Il punto esclamativo lo interpreto come un segno di stupore. Forse un po’ schiacciata tra Napoli e la Costiera, che Pasolini definisce, citando Boccaccio, “la più bella costa del mondo”; quando la scopri, però, ti innamori. Percorrendo i vicoli del centro storico, ti imbatti in lampi di poesia murale e in manifesti creativi: “Vietato l’ingresso ai tristi”. Sventolano enormi le bandiere della Salernitana, ufficialmente in Serie A; più misurate quelle dell’Italia. Una ragazza parla con un’amica spingendo la bicicletta: “Ho difficoltà a interloquire con le persone”, le confida. L’altra ride: “Da mo!”.

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Foto di Andrea Sabbadini 

LA PROFEZIA DELLA TIKTOKER

In effetti, non è sempre così facile; e nel caso nostro, quando sentono la parola giornale, si irrigidiscono un po’. Sessant’anni fa Pasolini si faceva portare alle feste, dava passaggi sulla sua Fiat Millecento. Il grande fotografo che era con lui, mio omonimo, dice che l’allora trentasettenne scrittore cercava un mondo perduto, cercava “un mondo che non c’era più. Io cercavo un’Italia che guardava al futuro”. Ma per l’estate del 2021 forse vale quanto ha scritto su queste pagine – commentando l’impresa della semifinale agli Europei – Maurizio Crosetti: “In bilico tra passato e presente, come un sonnambulo sul cornicione”. Siamo così; e mentre da un bar sulla spiaggia passano in sequenza Cacao meravigliao e la canzone di Orietta Berti con Fedez, stringo gli occhi, mi chiedo: che anno è? Riconosco l’epoca quando una mamma dice all’amica, indicando la figlia bambina: “Questa diventa una tiktoker a sei anni, te lo dico io”.

LA GARA PER LE SCARPE

Ah, l’estate italiana! L’eternità delle insalate di riso, delle paste fredde, l’imperitura presenza dei biliardini con la vernice sbiadita, scrostata. Ombrelloni e cielo – finalmente più aperto, azzurrissimo nella controra: sembra che non sia cambiato niente, sembra quasi di essere al riparo da tutto. Rubo frasi con la coda dell’orecchio, ciascuna è un romanzo. O una commedia di Eduardo: “Noi eravamo undici figli, chi si alzava prima si metteva le scarpe, ne avevamo cinque o sei paia”, dice Gaetano. “Quando ho preso il primo stipendio, anziché comprare le pastarelle, ho comprato le scarpe a mio fratello piccolo, agg’ festeggiato accussì”, dice Peppino. E come parlando da solo aggiunge: “Sempre nella fogna siamo stati noi, ci siamo nati dentro e ci siamo rimasti”. L’amico cerca di tirarlo su offrendogli una fetta di anguria.

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Foto di Andrea Sabbadini 

LA CREMA SOLARE CHE PROTEGGE PIU’ DELLA MADONNA

Le partite di pallone sulla sabbia – il corpo, i muscoli che si liberano, come una riabilitazione. Le partitelle a carte. Le raccomandazioni sulle scottature: “Statti tranquilla, ho messo la protezione cinquanta. Nemmeno la Madonna di Pompei mi protegge così!”. All’ingresso di uno stabilimento, a dare il benvenuto c’è una statuina di Padre Pio. Per restare in tema, un bagnante di mezza età ci affida un’intemerata sugli eccessi del “cattolicamente corretto”. Definizione felice, gli dico. E lui: “Ogni tanto mi domando se in Italia c’è veramente libertà di religione”. Diventa un po’ più integralista lui, quando si lamenta degli eccessi di movida a Salerno. Un casino esagerato, dice: “Il coprifuoco non era bello, per carità, però io vedo scene che prima non vedevo, scene da pazzi”. Aspetto il tramonto, vado a mangiare alle Botteghelle – la frittata di pasta è sublime. Rientro nel b&b che sono quasi le due; e in giro non c’è più nessuno. C’è, davvero, solo il vento che arriva dal mare, e ristora. Nel Meridione la notte – scrive Pasolini lasciando Salerno – è ancora quella di molti secoli fa. 

Fonte: Repubblica

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