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Il Cile va oggi alle urne per rinnovare gran parte del Parlamento e indicare, soprattutto, il prossimo presidente. Sono le elezioni più incerte e polarizzate dal ritorno della democrazia, nel 1990. Nessuno dei sette candidati, secondo i sondaggi, supera il 30 per cento dei consensi. Ma tra loro solo due hanno concrete possibilità di passare al ballottaggio. 

Il primo si chiama Gabriel Boric, 35 anni, ex leader del Movimento studentesco, deputato dal 2014, uscito vincitore alle primarie della sinistra. Oggi è espressione dell’accordo tra il Frente Amplio e il Partito Comunista radunati attorno all’alleanza Apruebo Dignidad. Il suo è un programma di rottura con il passato e di forte critica con il sistema liberista che con le rivolte dell’ottobre del 2019 mostrò i suoi limiti e le sue contraddizioni. Il mito di un Cile “oasi felice” nel panorama sudamericano si è infranto davanti alle riforme strutturali che il presidente di destra Sebastián Piñera si trovò costretto a varare ma che si tradussero in prelievi alle pensioni, aumenti dei prezzi nei trasporti pubblici, rafforzamento della sanità e dell’istruzione privata. L’esplosione di rabbia e malcontento mise letteralmente a ferro e fuoco il paese per 18 mesi. Una tensione placata solo dalla decisione di rifondare la Costituzione, dopo un referendum quasi plebiscitario, per chiudere il periodo buio di Augusto Pinochet

Il secondo si chiama José Antonio Kast, 55 anni, avvocato cresciuto con i valori della dittatura militare, leader del Partito Repubblicano. Esprime l’estrema destra. È un outsider della politica tradizionale. Il tipico uomo forte che punta su poche cose che attraggono anche le classi più umili, colpite più che altri dalla crisi economica e dal Covid: ordine, lotta alla corruzione, contrario a valori come identità di genere, aborto, divorzio, droga. Ha sbaragliato il candidato tradizionale e più rassicurante dei conservatori, il centrista Sebastián Sichel. Il crollo dei consensi attorno all’attuale governo, la gestione incerta, piena di errori, con durissime repressioni e insieme prive di alternative che mettessero fine alla sommossa, hanno dirottato il voto del centro destra verso Kast e spaccato in due il Cile. Non è un esempio isolato. In gran parte dell’America Latina, la pandemia ha esacerbato le differenze sociali e le tensioni che pulsavano sottotraccia. Basta ricordare cosa è accaduto in Bolivia, in Perù, in Ecuador. Senza dimenticare il successo impensabile di Jair Bolsonaro in Brasile e questo ben prima del Covid.

Tre le variabili che peseranno sul voto. La prima è l’età degli elettori. Sotto i 30 anni punteranno su Gabriel Boric. Sono molti quelli che vanno alle urne per la prima volta e il loro orientamento è verso la sinistra, anche estrema. Chi ha oltre 50-60 anni voterà a destra. Pesa ancora l’influenza del periodo di Pinochet, in fondo mai tramontata in molti anziani sostenitori. Kast, in versione moderna, lo incarna. 

La seconda variabile è la partecipazione al voto. Dopo la caduta della dittatura l’astensione è stata notevole. Si è raggiunto a fatica il 45 per cento degli aventi diritto. E il fatto che dal 2012 non è più obbligatorio votare, come è invece in quasi tutti i Paesi della Regione, favorisce una disaffezione. La parte conservatrice dell’elettorato diserta più di altre le urne. Di solito. Questo potrebbe favorire i progressisti. Ma non è detto: se la popolazione più adulta andrà alle urne, l’estrema destra potrebbe incassare più voti della sinistra anche al primo turno. 

Infine, la Costituzione. La sinistra ha ottenuto un terzo dei 155 membri eletti tra i civili come membri dell’Assemblea chiamata a redigere la nuova Carta. La destra è in netta minoranza e non è in grado di opporre il veto su temi a lei sensibili. Saranno quindi dirimenti gli equilibri del nuovo Congresso dove si eleggono i 155 deputati e 27 dei 50 senatori. Parte di loro andrà a riempire gli scranni dell’Assemblea Costituente per esercitare il peso delle decisioni che disegneranno il futuro del Cile.

Fonte: Repubblica

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