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BANGKOK – “Condanno fermamente i recenti passi compiuti dai militari e sollecito tutti voi a inviare collettivamente un chiaro segnale a sostegno della democrazia in Myanmar”. È stata Schraner Burgener, inviata speciale nel Paese tornato in mano ai generali, a lanciare questo appello ai governi membri del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Ma, come prevedibile, il proposto comunicato congiunto con la richiesta di restaurare il processo democratico e liberare Aung San Suu Kyi, accusata d’importazione illegale di una decina di walkie-talkie e condannata in via cautelare ai domiciliari fino al 15 febbraio, non ha visto la luce nonostante la disponibilità Usa e Ue.

Cina e Russia, due Paesi che non hanno mai deviato dalla loro politica di “non interferenza”, chiedono tempo per pensarci. “Speriamo che tutte le parti gestiscano adeguatamente le loro differenze” e “mantengano la stabilità politica e sociale”, ha detto laconico il ministero degli Esteri cinese, mentre la stampa di partito ha definito il golpe un semplice “rimpasto di governo”.

Pechino, principale partner commerciale e alleato politico dell’Unione, in questi 5 anni di convivenza di governo tra Suu Kyi e i generali, ha lavorato su un doppio, e spesso triplo, binario trattando con le minoranze lungo i confini. Prima del 2010 Pechino difendeva i generali e i loro metodi persecutori ma, fin dalla prima vittoria della Lega, Suu Kyi è stata ospite fissa a Pechino e un anno fa Xi Jinping andò a Naypyidaw per i 70 anni di relazioni tra i due Paesi, rilanciando gasdotti, miniere, zone speciali, collegamenti viari e ferroviari della nuova Via della Seta.

Considerata in Cina meno ostile dei generali, Suu Kyi aveva incontrato alla vigilia del golpe il ministro degli Esteri Wang Yi. Ma forse proprio quel giorno il suo futuro carceriere, il comandante delle forze armate Min Aung Hlaing, informava il ministro cinese del suo piano di ridare all’esercito i pieni poteri del passato. Vero o meno, il generale deve certamente aver chiesto un potente sostegno per i mesi che lo vedranno sotto ai riflettori – e agli attacchi – del mondo libero, a cominciare dal processo internazionale per il sospetto genocidio dei Rohingya.

Di certo ha dovuto dare nuove garanzie alle compagnie cinesi che avevano preso a trattare molti investimenti con la Lega di Suu Kyi anziché, come un tempo, con i militari. Già il suo mentore e ascoltato consigliere, il generalissimo Than Shwe che gli lasciò il posto nel 2011 per gestire la transizione semi-democratica, aveva uomini e parenti a capo di holding e società. Uno dei figli è sospettato di un business nel gioco d’azzardo, mentre un figlio dell’attuale comandante Min gestisce la grande distribuzione farmaceutica e possiede azioni della compagnia di telefonia delle forze armate.

Il capo dei golpisti, parco di notizie sulla sua vita privata, sarebbe dovuto andare in pensione il prossimo luglio. Ma non aveva nessuna intenzione, senza un erede pronto, di lasciare ai civili il controllo sull’economia. Così ha abolito a modo suo – tra le altre – la clausola della Costituzione da lui stesso applicata per 12 anni che diceva: “Il Presidente (un civile eletto, ndr) nomina il comandante in capo dei servizi di difesa”. Ora il presidente è agli arresti, sostituito da un vecchio amico e commilitone di Aung Hlaing.

Fonte: Repubblica

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