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calendario - Come cambia l’efficacia dei vaccini nel tempo? Le risposte degli esperti

L’efficacia dei vaccini nel tempo è da molti mesi sotto la lente d’ingrandimento di molti istituti di ricerca. La situazione è complessa perché esistono diversi tipi di anticorpi e non sempre è facile misurarli. Ci sono le immunoglobuline M, A, E, G e D. Tutte diverse e tutte con funzioni diverse.

In questo articolo

Efficacia dei vaccini nel tempo: le cellule B e quelle T. Ecco perché è così difficile avere certezze

Il vaccino insegna al sistema immunitario come riconoscere il virus e reagire al suo ingresso nel nostro corpo. Questa risposta produce le cellule B e T che entrano in gioco quando il vero coronavirus arriva. Il problema che ora l’Europa sta affrontando è che la prima linea di questi anticorpi stimolata dalle due iniezioni di vaccino sta scemando. In realtà restano i linfociti T, che sono potenti anticorpi, ma è molto difficile riuscire a misurarli. Servono anche nuovi studi che certifichino molte cose ancora da scoprire su questa malattia che dal punto di vista della ricerca scientifica è ancora una patologia giovane.

Ci sono differenze tra i vaccini?

I risultati di uno studio dell’Università di Oxford dimostrano che due dosi del vaccino Pfizer hanno una forte efficacia inizialmente anche contro la variante Delta, che è quella dominante, se comparata con il vaccino di Astrazeneca. L’efficacia però del vaccino a mRNA scende più velocemente di quella di Astrazeneca.

Nel dettaglio un mese dopo la seconda dose di Pfizer la protezione è al 90% rispetto ai non vaccinati, dopo due mesi è all’85%, dopo tre è circa al 78. Astrazeneca parte dal 67%, per scendere però solo di due punti al 65 e poi al 61.

Diciamo che i livelli di protezione restano accettabili fino a 5-6 mesi dopo la seconda iniezione. Ecco perché in molti ritengono essenziale la terza dose.

L’età centra con la diminuzione dell’efficacia dei vaccini nel tempo?

La stragrande maggioranza degli esperti sostiene di sì. Del resto l’età è sempre stata un fattore di rischio per Covid. Questo è ancora più vero per le persone più anziane, che tra l’altro sono state le prime a essere vaccinate. Quando si è molto anziani è più frequente avere anche altre malattie e avere le difese immunitarie che non rispondono più come una volta. Naturalmente non tutti coloro che hanno 65-70 anni sono fragili o malati, ma per evitare di correre rischi, meglio ricorrere alla terza dose.

Ci sono differenze di genere?

Sì, almeno secondo un importante studio svolto in Israele sui quasi 5.000 dipendenti dello Sheba Medical Center. A sei mesi dalla seconda iniezione di Pfizer la risposta anticorporale scendeva per tutti, ma soprattutto per gli uomini dai 65 anni in su e naturalmente tra chi aveva problemi di natura immunologica. Questo potrebbe essere uno dei tanti motivi per il quale Covid colpisce più severamente i maschi.

Efficacia dei vaccini nel tempo: cosa succede in chi è guarito e si è vaccinato. Ha più anticorpi?

Molto probabilmente è vero che i guariti vaccinati abbiano livelli di anticorpi migliori rispetto a chi si è vaccinato. Il vaccino si inietta nel muscolo del braccio, mentre il coronavirus entra dal naso e finisce nei polmoni. Questa combinazione rende le difese immunitarie più efficaci nel rispondere a un’aggressione.

Chi ha bisogno del richiamo?

Innanzitutto va ricordato che molti vaccini funzionano con il richiamo. Pensiamo a quello che succede per il tetano o per la difterite. I richiami aiutano a far impennare i livelli di anticorpi e delle cellule immunitarie legate alla memoria. La risposta immunitaria non dura per sempre. I livelli di anticorpi calano, mentre le cellule B restano silenti, pronte a intervenire se necessario. Ora non è ancora chiaro se la terza dose influisca solo sugli anticorpi che ci sono nel sangue o anche sui linfociti B e T che sono poi quelli che provvedono a una protezione a lungo termine.

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Fonte : Ok Salute

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