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PARIGI – In fondo al corridoio che porta ai binari dell’Alta velocità ti aspetta un cordone di ragazzotti dall’aria non minacciosa però determinata. Ognuno con un borsone a tracolla. Appena superato lo sbarramento ti senti un po’ come un pollo certificato bio o un caciocavallo con bollino Dop. Perché, una volta verificato il Green Pass – nel mio caso italiano – quei giovanotti hanno estratto dal sacco un braccialetto adesivo numerato (919826, il mio) per sigillartelo al polso. Esperienza non esattamente gradevole. Ma tant’è. Emergenza oblige. Sulla fascetta – che dovrai mostrare anche salendo sui vagoni, durante il viaggio e all’arrivo – c’è scritto: “In treno, tutti responsabili”.

Da lunedì è la procedura standard in vigore nelle stazioni francesi per i treni a lunga percorrenza. È il – contestatissimo – Pass in versione “hard” esteso dal presidente Emmanuel Macron a trasporti, ospedali, grandi centri commerciali, bar e ristoranti. Ma, alla Gare de Lyon, tra la gente diretta verso le spiagge del Sud, non si avverte irritazione: file fluide, pochi assembramenti. Giusto qualche ingorgo davanti all’ormai irrinunciabile chiosco del sushi da asporto. L’impressione è che, per non innervosire la clientela, si sia scelta la linea della vigilanza morbida e soprattutto della super-assistenza al viaggiatore. La garantisce un piccolo esercito di addetti dalle pettorine multicolori. Salvo sviste, ne ho contate di sei tonalità diverse: azzurra (controlli Green Pass); blu scuro (informazioni alle biglietterie); rossa (informazioni per l’Alta velocità – in tutto il Paese 750 treni e 400mila passeggeri al giorno); arancione (sicurezza); viola (informazioni turistiche); blu chiaro (pulizie). Per i distratti c’è sempre il tampone rapido dell’ultimo minuto: “Da lunedì siamo un po’ oberati di richieste, ma stiamo prendendo la mano” sorride una farmacista all’interno della Gare. Intanto gli altoparlanti martellano come un grido di battaglia lo slogan trinitario della campagna anti-Covid sul fronte delle ferrovie: “Un biglietto. Una mascherina. Un Pass sanitario”.

Restrizioni analoghe in ospedali come la Salpêtrière. A scanso di equivoci, me le faccio ripetere da un uomo che presidia il portone del grande comprensorio sanitario: “Per consultazioni mediche e visite ai ricoverati ci vuole un Pass valido, basta anche quello della prima dose, oppure un tampone antigenico: diamo il referto in cinque minuti” assicura indicando una tenda alle sue spalle. E il Pronto soccorso? “Lì ovviamente ingresso libero”.

Risalgo verso Place d’Italie, dove c’è il più grande centro commerciale parigino. In teoria il Green Pass dovrebbe essere obbligatorio anche qui. Perché la superficie di Italie Deux – così si chiama il colosso – supera di almeno tre volte i 20mila metri quadrati al di sopra dei quali, secondo le ultime normative, un conglomerato di negozi è obbligato a scannerizzare chi fa shopping. Eppure all’entrata il sorvegliante mi chiede solo di mostrargli il contenuto dello zainetto. Quindi, niente Pass? – chiedo a una ragazza del Punto informazioni: “Ancora no, ma temo sia questione di giorni” risponde con aria affranta. Desolata quanto i corridoi del “Centre”: 150 negozi semideserti, distribuiti su tre livelli.

Ultima tappa, i famosi dehors di bar e ristoranti parigini. Oggi in Francia, anche all’aperto, non puoi sederti su una terrazza senza prima aver sguainato il GP. Sperimento l’operazione in tre grosse brasserie del Quartiere latino. Esibisco il codice a barre, il cameriere lo legge col cellulare e mi fa: “È lei “Marco”?”. “Sì, ma non di cognome”. “Non importa. Tutto ok. Che le porto?”.

Funziona così. Nessuno chiede i documenti. Solo la polizia è autorizzata a farlo, a controllare i controllori. “Finora con europei e americani nessun problema” mi spiega un inserviente. “Più complicato con la clientela di altri continenti: presentano certificati che qualche volta è difficile decifrare”. Tocca fidarsi. In questi giorni è ancora possibile: il governo ha concesso a cittadini ed esercenti una settimana di “rodaggio” per acclimatarsi alle nuove regole. Che però da fine agosto verranno irrigidite in luoghi di lavoro, scuola, sanità. Il portavoce dell’esecutivo, Gabriel Attal, lo ha definito “sprint vaccinale”. E l’obiettivo è di arrivare a 50 milioni di dosi somministrate prima del ritorno dalle ferie.

Ma è pensabile che dopo settimane di massicce manifestazioni No Pass e/o No Vax la situazione resti tranquilla come in queste sonnolente giornate dell’estate parigina, scosse soltanto dall’arrivo del “Messia” Lionel Messi al Psg? Quanto durerà la bonaccia? La risposta me la fornisce un’anziana signora, dall’espressione arcigna ma saggia, che mi ritrovo accanto al bistrot: “Adesso tutto fila liscio perché la gente ne ha piene le scatole e pur di andarsene in vacanza accetta qualsiasi cosa. Però, da settembre, qui riscoppiano i disordini”. Pessimismo cosmico? Forse. Ma chiunque conosca almeno un po’ l’eterna anima protestataria dei francesi darebbe ragione a Madame. E, a nove mesi dalle presidenziali, il primo a preoccuparsi dovrebbe essere proprio Emmanuel Macron. Se è vero che la sua rielezione all’Eliseo si giocherà in autunno, nelle trincee della pandemia. Fonte: Repubblica

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