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Aver registrato il primo vaccino anti-Covid al mondo, lo Sputnik V, non è bastato a promuovere la campagna d’immunizzazione in Russia. E così, davanti all’impennata vertiginosa di contagi che anche oggi ha fatto registrare il numero massimo di casi (37.141) e di decessi (1.064) giornalieri dall’inizio della pandemia, il Paese è tornato con riluttanza a chiudere.

Il governo ha dichiarato non lavorativi i giorni tra il 30 ottobre e il 7 novembre, approfittando di un ponte per una festa nazionale, ma le regioni sono state autorizzate dal presidente russo Vladimir Putin a prolungare la chiusura, la prima dalla primavera 2020, che però non è un vero e proprio lockdown.

Ma anche davanti alle nuove restrizioni delle autorità, la sfiducia nei confronti del vaccino resta: stando agli ultimi dati diffusi dalla task force russa anti-coronavirus, solo circa 53 su 145 milioni di abitanti hanno ricevuto almeno una dose, appena 49,2 milioni due.

Lo stato dei contagi

Con più di 220mila morti, la Federazione russa ha registrato il più alto numero di decessi in Europa, secondo i dati della Johns Hopkins University. Ma dalle analisi delle statistiche ufficiali, emergono almeno 660mila morti in eccesso dall’inizio della pandemia.

Mercoledì la stessa vice premier Tatjana Golikova, responsabile della lotta contro il coronavirus, ha ammesso che la situazione epidemiologica in Russia “tende a diventare sempre più complicata”: nell’ultima settimana il tasso di contagio è aumentato del 16% e l’occupazione dei posti letto da parte dei pazienti con Covid-19 ha superato il 90% in 27 delle 84 regioni russe. E la maggior parte dei pazienti nelle unità di terapia intensiva non è vaccinata.

Oltre il 65% dei casi, inoltre, viene registrato da regioni diverse dai consueti focolai e almeno 35 regioni hanno presentato eccessi di mortalità rispetto alla media nazionale. A peggiorare la situazione sarebbe anche il diffondersi di una nuova sottovariante della Delta, AY.4.2, che sarebbe 10 volte più contagiosa.

I messaggi contraddittori del Cremlino

Ferma al 45 per cento (tenendo conto di vaccinati e positive al virus), la Russia è lontana dal raggiungere l’obiettivo prefissato dell’80% per raggiungere la cosiddetta immunità di gregge. La Russia ha registrato ben tre vaccini anti-Covid-19, ma oltre la metà degli abitanti diffida dei prodotti nazionali. Una percentuale che, secondo Levada Tsentr, l’istituto di sondaggi indipendente dichiarato “agente straniero”, è strettamente correlata con l’eccesso di propaganda.

Non solo. Il 55 per cento della popolazione non ha paura del coronavirus, stando all’ultimo sondaggio del Centro. Un numero rimasto praticamente invariato dall’inizio dell’anno.

La sfiducia nei confronti del vaccino e lo scarso rispetto delle già lasche misure di contenimento imposte dal governo sono in gran parte dovuti ai messaggi contraddittori lanciati finora dal governo che da un lato ha più volte prematuramente rivendicato la vittoria sul virus, dall’altro ha adottato l’obbligo di vaccinazione per funzionari pubblici e altre categorie di lavoratori. Una misura che non ha funzionato e semmai ha fatto solo emergere un mercato nero di certificati di vaccinazione falsi.

Per di più, secondo medici e demografi, le statistiche ufficiali sono state costantemente ritoccate al ribasso.  “Già nel maggio 2020 mi sono reso conto che le morti da coronavirus erano circa tre volte più alte rispetto a quelle ufficiali”, aveva detto ad esempio a Repubblica Aleksej Raksha, demografo dell’Istituto federale di statistica Rosstat, costretto a dimettersi dopo aver denunciato le discrepanze. “La Russia è un Paese di negazionisti del Covid. Ed è tutta colpa della propaganda di Stato che ha voluto far credere che la situazione fosse sotto controllo”.

Il passo indietro delle autorità

Le autorità hanno cominciando a riconoscere che le loro ricette non hanno funzionato. “Purtroppo abbiamo condotto la campagna d’informazione in un modo completamente sbagliato”, ha osservato in tv una settimana fa il vicepresidente della Duma, la Camera Bassa del Parlamento, Pjotr Tolstoj.

Anche il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha ammesso una “parte di responsabilità” dello Stato “in termini di informazione sull’assenza di alternative e sull’importanza della vaccinazione”, pur aggiungendo che i cittadini per primi devono essere “più responsabili”.

Lo stesso Vladimir Putin, che si è vaccinato con Sputnik V solo in primavera, ma vive in uno stretto regime di autoisolamento, ha raccontato che persino i suoi amici più stretti sono riluttanti a farsi somministrare le dosi.

“È strano che persino persone ben istruite, con titoli di studio avanzati, non vogliano vaccinarsi”, ha detto invitando la popolazione a immunizzarsi. “È in gioco la vostra vita e quella dei vostri cari”. Ma il timore è che l’appello sia arrivato troppo tardi.

Fonte: Repubblica

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