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ROMA – Un dossier di 62 pagine intitolato “Una preda facile” sostiene che decine di figure di primo piano del nostro Paese siano usate da Pechino come veicoli inconsapevoli di propaganda. L’obiettivo cinese è promuovere gli affari utili al Dragone e la cultura del silenzio di fronte alla sistematica violazione dei diritti umani. Ad abboccare all’esca – ordita attraverso eventi promossi da associazioni culturali apparentemente innocue, e in realtà direttamente manovrate dal partito comunista cinese – sarebbero state negli anni figure di primissimo piano: da Pietro Grasso a Franceso Rutelli, da Irene Pivetti a Pier Ferdinando Casini e a Massimo D’Alema.

La tesi è sostenuta in un lavoro di analisi prodotto dal think tank ceco Sinopsis in partnership con il “Global commitee for the rule or law – Marco Pannella”. Rivela quali siano “le agenzie di influenza del Partito comunista cinese” e come avvengano “le loro operazioni nella politica parlamentare e locale italiana”. Analizza gli sforzi di Pechino per “cooptare parlamentari, partiti politici, amministratori locali e personalità influenti nei gruppi di opinione e nei media”. Figure di alto profilo della nostra vita pubblica sarebbero scivolate in un ruolo di supporto agli interessi e alla propaganda cinese, divenendo bersagli di una miriade di agenzie del Pcc che sfruttano “la scarsa familiarità con le loro tattiche” per “compromettere l’integrità delle istituzioni politiche”.

Il dossier sarà presentato lunedì e martedì a Roma dal direttore di Sinopsis, Martin Hala, nella due giorni dal titolo “Countering China’s influence in Europe and Italy” organizzata dalla Fondazione di centrodestra FareFuturo, in partenariato con l’International Republican Institute-Iri e con il Comitato Atlantico Italiano.

L’attività di propaganda attraverso il soft power, iniziata molti anni fa, secondo i ricercatori è divenuta evidente nel 2019, quando con “una nuova coalizione di governo che includeva una forza politica emergente favorevole al Pcc”, cioè il M5S, l’Italia firmò il memorandum sulla nuova Via della Seta, “un atto simbolico di subordinazione“ che faceva il paio con “i frequenti articoli scritti sul proprio Blog dal leader dei 5 Stelle, Beppe Grillo, a favore delle politiche del Pcc nello Xinjang, e gli incontri inconsueti con due ambasciatori cinesi”.

La strategia cinese, rivelano gli autori dello studio, è semplice ed economica: “I costi finalizzati a coltivare rapporti con politici, funzionari, diplomatici, imprenditori, accademici ed esperti consistono nella creazione di piattaforme, nell’organizzazione di eventi e viaggi, nel mantenimento di rapporti personali e occasionalmente nell’offerta di retribuzioni o impiego. Costi risibili” che possono portare a enormi benefici: “Informazioni, trasferimento di tecnologie, propaganda e allineamento con le posizioni del Pcc di una parte del sistema politico”. Risultati ottenuti “sfruttando l’asimmetria conoscitiva tra le agenzie del Partito comunista cinese e i loro bersagli stranieri, la scarsa familiarità con le agenzie di influenza e con le loro tattiche”. Così, “vaghi appelli alla promozione dell’amicizia, della cultura e del commercio aiutano ad arruolare figure rilevanti e anche critiche rendendole sostenitori inconsapevoli dello sforzo di ingegneria: la diffusione di luoghi comuni che normalizzano il potere autoritario del partito e la sua espansione globale”.

Il vertice delle operazioni è il Dipartimento per i contatti internazionali (ILD), il “principale organo di partito incaricato delle interazioni con le élite straniere i cui bersagli principali sono politici e partiti, think tank, docenti universitari e Ong”. Si scambiano visite, si diventa “interlocutori privilegiati”. In Italia nell’agenda dell’Ild c’è il Centro studi sulla Cina contemporanea dell’ex ambasciatore in Cina Alberto Brandini, membro della Silk Road Ngo cooperation network guidata proprio dall’Ild. Poi ci sono l’Italy-China friendship association dell’ex presidente della Camera, Irene Pivetti; e l’Associazione Italia-Cina di cui nel 2019 emerse come presidente l’ex ministro dell’Ambiente Corrado Clini. Ai media pensa il China media group, guidato da un vice capo del dipartimento di Propaganda cinese, capace di coinvolgere, con accordi o con viaggi conoscitivi organizzati direttamente e soprattutto indirettamente, i principali giornali e televisioni.

Le mani cinesi sulla politica italiana passano, secondo il dossier, per l’Associazione parlamentare di amicizia che “cambia i suoi membri a ogni nuova legislatura”. I frequenti viaggi in Cina dell’Associazione includevano spesso il Tibet, di solito inaccessibile a politici e media stranieri”. Ma “i resoconti menzionano che Mauro Maria Marino di Italia Viva, all’epoca presidente della Commissione bilancio del Senato, in uno di questi viaggi elogiò i traguardi della Regione autonoma del Tibet nella gestione degli affari etnici e religiosi, e affermò che avrebbe fatto ‘il massimo per far conoscere la situazione del Tibet’ in Italia”. Così il privilegio di un viaggio interessante ed esclusivo in un territorio proibito diventa un modo raffinato, per i cinesi, di ottenere un atteggiamento conciliante.

Nella tela cade anche l’Istituto per la Cultura Cinese (ICC) istituito nel 2016 “dall’iniziativa congiunta di Alessandro Maran (Pd) e dell’ambasciata cinese durante il governo di Matteo Renzi”. La presidenza oggi è nelle mani di Ettore Rosato (IV), vice presidente della Camera: “L’ambasciatore cinese ha ricevuto Rosato per congratularsi per la nomina”, ottenuta “a sole due settimane dalle critiche che l’ambasciata cinese diresse ai parlamentari italiani dopo l’audizione in Senato con l’attivista democratico di Hong Kong, Joshua Wong”. L’Istituto di cui è a capo Rosato è una potenza: “Nel 2020 in un comunicato stampa affermava di poter vantare oltre cento parlamentari iscritti tra Camera e Senato”. Ai suoi eventi, “ai quali non manca mai di partecipare l’ambasciatore cinese”, è stato in grado di reclutare figure di primissimo piano: dall’allora presidente del Senato, Pietro Grasso, all’ex presidente Pier Ferdinando Casini; da Francesco Rutelli a Ettore Sequi, ex ambasciatore in Cina passato a essere con Luigi Di Maio capo di gabinetto e ora segretario generale del Ministero degli Esteri. “L’ICC può funzionare come una via di mezzo in occasioni bilaterali – scrive il dossier – coinvolgendo anche personalità che altrimenti si terrebbero lontane da iniziative organizzate dal Pcc o sarebbero critiche delle politiche della Cina, in particolare nei diritti umani”.

“Utilizzando politici locali, lobbisti e consulenti per costruire reti – sostiene il dossier – le agenzie di influenza del Pcc integrano le proprie capacità di cooptazione”. L’Italy China link association, fondata nel 2017, ha addirittura permesso alla Cina di ottenere l’adesione di “una provincia e almeno 4 comuni” al Comitato di cooperazione locale della Belt & Road.

Fonte: Repubblica

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