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105148815 45b7573f 6054 4f46 bef8 421fe820cda2 - Covid, Rino Rappuoli:" Puntiamo ai nostri monoclonali". E una volta vaccinati "andranno fatti i richiami"

Gli anticorpi monocolonali sono il futuro della cura anti Covid, contro le cui varianti dovremo proteggerci con periodiche vaccinazioni. Rino Rappuoli è coordinatore scientifico del MAD Lab della Fondazione Toscana Life Sciences, che sta lavorando sul primo anticorpo monoclonale italiano. Proprio questa settimana, lunedì, è iniziata la sperimentazione clinica del farmaco. Rappuoli, che è anche direttore scientifico della divisione vaccini di Gsk, ha firmato un documento con 8 scienziati di altrettanti Stati europei per invitare la Commissione europea a riservare una maggiore attenzione agli anticorpi monoclonali, strumenti molto promettenti nella lotta al coronavirus. Ci vogliono investimenti per sviluppare la ricerca anche da noi, come è avvenuto negli Usa. Due farmaci di aziende statunitensi, Regeneron/Roche e Eli Lilly sono stati di recente approvati in Italia.

Quali differenze ci sono tra il vostro anticorpo monoclonale e gli altri già approvati in Italia?

“Il meccanismo di funzionamento è lo stesso, il farmaco blocca l’entrata del virus nelle cellule impedendone la moltiplicazione. Detto questo il nostro anticorpo è diverso. Intanto è molto potente e per questo si può usare in piccole quantità. A Trump sono stati somministrati 8 grammi del farmaco di Regeneron. Con quei dosaggi i prezzi sono altissimi ed è necessario fare somministrazione in endovena in ospedale. Quello della Lilly è stato usato con dosaggi da 0,7 a 7 grammi, mentre del nostro ne diamo tra  0,1 e 0,4 grammi, sperando che la dose giusta sia la prima, cioè 80 volte inferiore a quella che ha ricevuto Trump. Tutto questo riduce i costi e i tempi di somministrazione, che avviene con un’iniezione e non per endovena, fuori dall’ospedale.

Questi farmaci vanno somministrati ai primi sintomi, perché?

“Prima si danno e prima si risolve infezione. In generale bisogna somministrarli prima che parta l’infiammazione. Hanno provato a dare quello di Lilly a chi aveva già sintomi da ricovero e non ha funzionato. Il nostro è stato comunque ingegnerizzato perché non aumenti l’infiammazione del paziente. Se si dà l’anticorpo a chi sta molto male, infatti, e quindi ha uno stato infiammatorio importante c’è il rischio che questo tipo di medicinale lo aumenti. Noi siamo gli unici al mondo ad aver eliminato questo rischio. I nostri sono anticorpi di seconda generazione”.

Quando e quanti ne produrrete?

“Il nostro obiettivo è sempre quello di finire la fase 2 entro la primavera, quando si potrà chiedere una prima autorizzazione per l’uso compassionevole. Questa settimana abbiamo iniziato la sperimentazione di prima fase. L’obiettivo intanto è produrre 200mila dosi per il nostro Paese”.

Perché il gruppo di esperti europei ha siglato un documento per promuovere l’uso dei monoclonali?

“Ci siamo messi insieme perché gli anticorpi monoclonali, che sono una delle grosse novità di farmaci degli ultimi 20 anni nel campo dei tumori, delle malattie autoimmuni e infiammatorie, non sono stati usati molto per le malattie infettive. Con il Covid sono diventati una priorità in Usa e Cina ma l’Europa si è mossa molto poco. Noi siamo tra i pochi nel Continente a spingerli e portarli alle prove cliniche. Il nostro è un richiamo: crediamoci, ci sono persone che fanno bene queste cose anche da noi”.

Lei è uno dei massimi esperti mondiali dei vaccini. E’ giusto dare una dose unica a chi ha già avuto il Covid?

“Certo, una va benissimo, due non sono necessarie. Chi lo ha già avuto conserva una grossa memoria immunitaria e con una dose i titoli anticorpali vanno alle stelle. Così, sono certo, si neutralizzano non solo il coronavirus cinese ma anche le varianti”.

E l’idea di fare una sola dose per allargare la platea dei vaccinati, come ha scelto l’Inghilterra?

“E’ una decisione di sanità pubblica non facile. Con una dose sola c’è il rischio di far partire più varianti, che poi vanno gestite. Con due ne avremmo meno ma sarà inferiore anche il numero delle persone coperte. Se si guarda ai vari tipi di vaccini disponibili, esiste una ragione precisa in base alla quale il medicinale di AstraZeneca prevede una seconda dose dopo tre mesi e non uno. La prima infatti dà immunità contro il Covid ma anche contro l’adenovirus che si usa come vettore. Così se si dà la seconda a un mese non funziona. Bisogna invece aspettare che l’immunità contro il vettore vada già per fare la somministrazione. Sui vaccini mRna, Pfizer/Biontech e Moderna sappiamo invece che la protezione migliore arriva dopo due dosi e non una.

Si parla molto di coperture, quella di AstraZeneca è inferiore?

“Su questo tema si fa un po’ di confusione. Chiaramente quel medicinale protegge meno dall’infezione ma tutti i vaccini, compreso quello, coprono in altissima percentuale dalla malattia grave”.

Dovremo vaccinarci ogni anno contro il coronavirus come contro l’influenza?

“Ancora non si sa. Io credo che una volta che saranno stati tutti vaccinati andranno fatti dei richiami contro le varianti. Più avanti, non subito”.

Fonte: Repubblica

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