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Devo nuovamente parlare ad Alef. Con i colleghi non va, una storia che si ripete da anni. Non si tratta mai di veri litigi. È come ti guarda, un misto di sufficienza e impazienza, come si muove. Anche i più tolleranti lo evitano oramai. Un paio di pazienti si sono lamentati, non ha scambiato una parola durante l’intera presa del calco della protesi, infastidito dalle domande. Mi spiace, conosco il suo problema.

Alef va per i cinquanta, ha studiato, è benestante. Si era da poco diplomato quando perse una gamba, credo per una mina. Con la gamba perse il lavoro. Lo impiegammo qui. Imparò in fretta e lavorò bene per un po’, poi parve arrestarsi. Pensammo avesse solo bisogno di tempo. Aveva preso moglie, scegliendo contro il parere dei genitori, forse era la tensione in famiglia. Invece iniziarono allora la serie di alti e bassi e i cattivi rapporti con i colleghi, che non gli perdonarono di snobbarli.

Giunsi a pensare che il centro di riabilitazione e fare protesi non facessero per lui. Glielo chiesi, rispose che era tutto a posto. Ma un giorno, finalmente, si lasciò andare. Domandò se conoscessi un buon medico. Per che cosa? Dopo anni di matrimonio, i figli non arrivavano. Non pensava che a quello, disse, e si arrabbiava con tutti, specie con chi di figli ne aveva tanti. Padre e fratello volevano prendesse un’altra moglie (facile dire che era colpa di lei, inoltre non era loro simpatica), ma lui non voleva. Aveva adottato un orfano. Ma il ragazzino si era ammalato quasi subito, da allora era in cura. E la pressione della famiglia si faceva sempre più forte.

In Afghanistan non avere figli è tragico. Sono il solo investimento valido per la vecchiaia, la tua pensione e sostegno. Devono essere maschi. Le femmine si sposano e se ne vanno. Sono i ragazzi che ti prenderanno in casa, in genere l’ultimo genito. Ogni famiglia afghana ha cinque-sei figli in media. Le statistiche dicono che circa il venti per cento dei bambini non arriva al quinto anno di età, e la mortalità delle puerpere è altissima.

Allevare i figli è certamente gravoso, tutti lo affermano, ma nessuno dubita che sia molto peggio non averne. Quante volte mi hanno chiesto con pena come farò un giorno, vecchio e solo. Dove andrò? Rispondo che non ci penso, ci sarà certamente un modo. Non riescono a concepirlo.

Alef questa volta ha una precisa richiesta: aiutarlo a emigrare. È sicuro che in Europa i medici sapranno risolvere il suo problema e guarire il figlio. Dice che alla moglie l’affronto di un’altra sposa non lo vuole fare.

Fonte: Repubblica

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