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Kabul si è risvegliata sotto un nuovo regime, capitolata più in fretta di quanto previsto. È avvenuto senza spargimento di sangue, consolando molti. Gli ospedali avrebbero potuto riempirsi come in passato, quando neppure nei corridoi restava spazio. Non si sa quante siano le province non ancora catturate. Tra esse certamente il Panshir, la valle del comandante Massud. Da ieri l’altro gli abitanti hanno bloccato l’accesso, con quali piani non si sa. Fin dalla mattina tanti afghani mi chiamano per chiedere se parto e, soprattutto, per essere rassicurati. Rispondere che resto è facile. Rassicurare no.

Pongono le domande che tutti si fanno: e adesso, che succederà? Ci sarà pace finalmente? A che prezzo? Le donne potranno lavorare? Le Ong opereranno ancora? Do loro tutte le buone notizie che ho. Una viene da Herat, a diffonderla sono stati i social media, quindi da verificare. Le ragazze possono studiare, università compresa, alla condizione che gli insegnanti siano donne, le aule separate da quelle maschili e indossino l’hijab. Il fatto che, proprio ieri, agli esami di metà anno le studentesse siano state ammesse lo comproverebbe. Al personale dei nostri centri di riabilitazione le nuove autorità hanno chiesto di continuare a lavorare, uomini e donne, assicurando la sicurezza. Non è molto, ma sento che fa loro piacere.

Dubbi enormi restano, la gente è guardinga, esce di casa l’indispensabile. A Kabul poche auto in circolazione, molti negozi chiusi, soprattutto quelli grandi. Nessuna donna in giro. L’atmosfera è di timorosa attesa. Le migliaia di guardie e soldati che sorvegliavano gli uffici governativi, le case dei ricchi e le ambasciate si sono dileguate, solo in parte rimpiazzate dai talebani. Un vuoto di potere del quale ladri e delinquenti possono approfittare. Notizie tragiche continuano ad arrivare dall’aeroporto, dove la gente prende gli aerei d’assalto, disperata. Diversi i morti nella calca. Chi resta a terra accusa di essere stato abbandonato: gli stranieri vengono prelevati dalle ambasciate con gli elicotteri, gli afghani sono lasciati a sbrogliarsela da soli.

Non avete paura a restare? chiedono amici dall’Italia. Certo la situazione non è serena, ma siamo abbastanza tranquilli. Quanto a me, è il quinto regime che vedo. A nessuno cambio abbiamo mai avuto problemi, protetti da imparzialità e dall’aiuto che la Croce Rossa dà alla gente. Pure questo regime lo sa.

Alberto Cairo è il responsabile del Programma di Riabilitazione Fisica del Comitato Internazionale della Croce Rossa in Afghanistan

Fonte: Repubblica

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