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KABUL – La mattina dell’11 settembre 2001 avevo lasciato Kabul per recarmi in Pakistan, a Peshawar. Scopo del viaggio era convincere un chirurgo a venire a Kabul a operare i nostri pazienti. La chirurgia avrebbe accorciato notevolmente sofferenza e degenza. Inoltre, come a ogni viaggio in Pakistan, avrei spedito dozzine di lettere affidatemi da conoscenti e amici.

Allora in Afghanistan posta, telefoni e tv non funzionavano. Di quel giorno ricordo tre cose. Il gran parlare che si faceva dell’uccisione del Comandante Massud, avvenuta due giorni prima. Lo stratagemma, una bomba nella telecamera di un finto reporter, aveva scioccato persino molti dei suoi avversari. Gli attacchi terroristici sarebbero divenuti fatti consueti solo anni più tardi.

Seconda cosa, l’appuntamento col dottore, non per quanto discutemmo, ma perché fu allora che vidi alla tv gli aerei schiantarsi; lui parlava e io non seguivo, ipnotizzato dalle immagini.

Terza, la paura di restare bloccato a Peshawar per la sospensione dei voli. Invece il giorno dopo tornai a Kabul, incrociando all’aeroporto già tanti stranieri che partivano. Nei giorni seguenti l’America reagì e quanto successe dopo è risaputo.

Ma c’è una quarta cosa legata all’11 settembre che non posso scordare. Avvenne qualche mese più tardi, penso in dicembre. Mi avvisarono che nel reparto protesi c’era un paziente difficile. “Irrequieto? Esigente?” “No, al contrario”, risposero.

Era un uomo sui quarant’anni, imponente, barba folta e lunga, sguardo mite e assente. Aveva perso le gambe e alcune dita. Con lui vi era un vecchio premuroso.  “Non credo che utilizzerà le protesi, anche se lo sa fare bene”, disse il fisioterapista scuotendo il capo, “non gli interessa.”

Scorsi la cartella clinica. Originario della provincia di Logar (al confine con Kabul), contadino, mina. E poi, sotto, una nota: autobus, esplosione, mina anticarro, 18 morti. “Il vecchio dice che ha perso tutta la famiglia. È rimasto solo”, aggiunse il fisioterapista.

Mancanza di motivazione! Imparare a camminare? Per andare dove? Da chi? Poi guardai la data dell’incidente: 11 settembre 2001. Da allora pensare alle Torri Gemelle e a quell’uomo triste è un tutt’uno. Per carità, non scrivo per sminuire la gravità dell’attentato a New York, solo tristemente per ricordare che mentre tutto il mondo inorridiva per quelle immagini mostruose, in Afghanistan la tragedia delle mine continuava, giorno dopo giorno, dimenticata.

Per un po’, di tanto in tanto, ho controllato quella cartella. Nessuna nuova annotazione: significa che l’uomo di Logar non è mai tornato per nuove protesi o riparazioni.

Fonte: Repubblica

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