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Cara abbonata, caro abbonato,

eccoci ancora assieme con un nuovo numero della newsletter sul gender gap che, se vorrai, troverai ogni giovedì nella tua mail. Una newsletter che fa parte dell’abbonamento digitale a Repubblica (per iscriversi qui il link). Per suggerimenti, storie e riflessioni mi trovate su Twitter qui e potete scrivere a o.liso@repubblica.it.
 


Quote rosa (e già scrivere oggi ‘rosa’ sembra di essere nel secolo scorso) necessarie? Lo dice la legge. La Golfo-Mosca – che prende il nome da Lella Golfo, ex deputata Pdl e presidente della Fondazione Bellisario, e Alessia Mosca, ex deputata Pd – compie 10 anni e come regalo di compleanno viene estesa anche alle aziende pubbliche, che quindi dovranno rispettare le stesse norme delle società quotate nei cda, assicurando un numero di posti pari almeno a due quinti al genere sottorappresentato, donne quindi. Una presenza femminile nei cda obbligatoria per legge – quante volte l’abbiamo detto e letto – è una necessità o una sconfitta? Se in dieci anni la presenza è passata dal 7 al 41% è innegabile che sia servita. Ma a cosa? Una ricerca condotta da Simona Cuomo e Zenia Simonella dell’Osservatorio Diversità, Inclusione e Smart working, SDA Bocconi School of Management, in collaborazione con Valore D su 140 consiglieri/e, amministratori delegati e presidenti e opinion leader tra giugno 2020 e febbraio 2021 nota che nonostante la legge abbia nel tempo portato ‘aria fresca’ nei cda, la maggiore presenza femminile non si traduce automaticamente, anzi, in una maggiore attenzione delle stesse aziende al tema dell’inclusione e della diversity.
 
“L’aspettativa – non necessariamente corretta – che le consigliere donne portassero nei cda il tema della diversity e del gender gap è stata prevalentemente disattesa. L’impegno sul gender gap e in generale sulla strategia di diversity è stato sporadico e individuale”,commentava i risultatila direttrice generale di Valore D Barbara Falcomer. Insomma, non basta sedersi ai tavoli delle decisioni per cambiare le cose: e se dieci anni sono serviti, forse, per legittimare il diritto a quel posto al tavolo, adesso bisogna iniziare a orientare il cambiamento con azioni non sporadiche e individuali. Ma strutturali e collettive: quel 41% deve servire anche a questo.
 
Torniamo a parlare del tema con Vittoria Puledda.


 
Viva la Golfo-Mosca. Ma non ci basta
 
di Vittoria Puledda

La prima cosa che viene in mente è: “Meno male”. La seconda: “Non è (ancora) bastato”. Entrambe le riflessioni vanno bene per la legge Golfo-Mosca, classe 2011, sulle quote rosa nei consigli di amministrazione. A dieci anni da quella norma, che imponeva la presenza del sesso meno rappresentato – leggi le donne – nei cda delle società quotate, la differenza di passo si è vista eccome. Gli ultimi dati sono stati presentati in un convegno in Parlamento, da Carmine Di Noia, commissario Consob: ebbene, nel 2011, appena prima che entrasse in vigore la legge, solo il 7% di tutti i consiglieri di amministrazione faceva capo a professioniste, dieci anni dopo – dati aggiornati all’ottobre 2021 – queste sfioravano il 41% (peraltro la stessa percentuale presente nei collegi sindacali).
 
Dunque, meno male, perché la legge ha infranto il soffitto di cristallo che a lungo ha impedito la presenza femminile negli organi di controllo delle società quotate, e ha contribuito a rompere il muro di auto-referenzialità escludente delle “quote blu”, cioè del monopolio delle posizioni maschili nei ruoli che contano.
 

202201839 4da9b1d8 278d 4d6c 9187 26d6324ecdc6 - Dieci anni di quote rosa: servono, ma non bastano
Fonte FIN-GOV, Università Cattolica 

Ma nello stesso tempo, non è stato ancora abbastanza. La prima cartina di tornasole è proprio nel fatto che si è sentito il bisogno di una nuova legge (tecnicamente, un comma inserito nella legge di bilancio 2020) per prorogare la legge che porta il nome di due deputate sbarcate con il Pd in Parlamento nel 2008. Il testo Golfo-Mosca, infatti, trovava applicazione al primo rinnovo degli organi sociali e per tre rinnovi consecutivi. La logica sottostante era che dopo nove anni, la presenza delle donne (pardon, del sesso meno rappresentato) sarebbe stata ormai una consuetudine radicata, che non aveva bisogno di una difesa d’ufficio per essere prassi consolidata. E in effetti, già dal 2016 la presenza femminile era pari al 31% dei consigli.
 
Prudenza e buonsenso però hanno spinto il Parlamento a prolungare la legge di altri sei mandati consigliari e a portare la quota minima del genere meno rappresentato da un terzo a due quinti (il 40%) dei componenti. Del resto tuttora, pur essendo 821 le consigliere totali, due terzi sono indipendenti (616) e altre 84 sono espressione della minoranza. Come dire, nomine prestigiose ma cui spesso non corrisponde altrettanto potere: le donne sono ancora in buona minoranza espressione dell’azionista forte. Non basta: solo 16 donne hanno la carica di amministratore delegato, il ruolo cardine in una società, e solo una manciata di più (31 a fine ottobre) hanno la presidenza del cda, incluse le cariche onorarie. Per questo le eccezioni – nove consigli di amministrazione a maggioranza femminile e un collegio sindacale di sole donne, quello di Gvs, ricorda il Centro Fin-Gov dell’Università Cattolica di Milano – non fanno ancora la prassi.


La settimana
 

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Il Wall of Dolls di via De Amicis a Milano, installazione permanente sulla violenza contro le donne 


Non c’è sosta e non c’è pace. Mentre le nostre caselle mail si riempiono di iniziative per la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, giovedì 25, altre donne muoiono ammazzate dai loro mariti, ex mariti, ex compagni. Che uccidono donne di cui rivendicano la proprietà e figli, con quella logica “mia, miei o di nessuno” su cui forse si dovrebbe lavorare molto di più. Ci sono progetti che si stanno strutturando sempre di più, in questo senso, che non servono solo (e già sarebbe tanto) a mettere in sicurezza le donne vittime di violenza e ad aiutarle a denunciare. Ma, come il protocollo Zeus della polizia di Stato, intervengono anche sugli uomini abusanti, dando loro la possibilità di impegnarsi in un percorso psicologico.
 
Ne avevamo parlato a marzo qui su Scusi, Lei con Alessandra Simone, dirigente della Divisione anticrimine della questura di Milano (a cui il 7 dicembre verrà consegnato l’Ambrogino d’oro proprio per questo progetto e per l’impegno sul tema) e ci aveva spiegato:

“Da aprile 2018 al 1° marzo 2021 abbiamo ammonito 418 persone, di queste 127 per violenza domestica, 230 per stalking, uno per cyberbullismo. Di questi, 365 sono stati inviati al trattamento: si sono presentati 293, un numero altissimo. E finora di questi solo 27 sono recidivi. Il senso è questo: il vero cambiamento è quando qualcuno ferma l’uomo violento prima che lo diventi irrimediabilmente”.

Non basta nessun pezzo da solo, lo sappiamo, e tanto contano ancora i contesti culturali, sociali, economici. Ma se non si curano anche gli uomini violenti, la violenza non si fermerà. E anche in questa occasione vi ricordo che Repubblica ha sul suo sito un Osservatorio femminicidi sempre aggiornato.


Me lo segno

•    Su Repubblica Mattia Sorbi racconta un’altra e poco conosciuta discriminazione nei confronti delle bambine e delle ragazze in Afghanistan, come se non ne avessero già abbastanza. È il fenomeno delle “bacha posh”, in lingua dari “travestito”, una tradizione per cui le coppie, alla nascita di una terza o quarta figlia, decidono di educarla e crescerla come un maschio per aiutare la famiglia. Troppe figlie femmine sono una sciagura, non possono lavorare e portare soldi a casa. E se per loro, da piccole, può anche essere un modo di avere più libertà delle altre bambine, non è così quando crescono. Scrive Sorbi riportando le parole di una attivista di Women for Afghan Women: “Le ragazze ‘bacha posh’ subiscono molestie, umiliazioni e vengono allontanate dalla comunità, ma spesso non vogliono tornare a vivere da donne. È difficile tornare indietro. Queste ragazze devono imparare a vivere sotto un burqa, cucinare per le loro famiglie ed evitare lo sguardo degli estranei. Quando diventano più grandi, le ragazze capiscono che non possono più comportarsi da maschi ma nessuno le accetta come donne. Ignorare le capacità, il talento di una donna, negarne i diritti, è un’offesa al sesso stesso di una donna”. C’è anche un video, che racconta la vita della piccola Manan, diventata Arman.


Per questa settimana è tutto, grazie per la vostra attenzione.
Oriana Liso

Fonte: Repubblica

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