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144642455 76ff9eeb 6140 456d 9ba7 312b78ee7258 - E se fosse arrivato il momento di mettersi a studiare scienze?

Katalin Karikó potrebbe un giorno vincere un premio Nobel, ma per decine di anni non ha trovato ascolto. Questa ricercatrice ungherese pensava già negli anni Novanta che una molecola di Rna potesse essere usata per curare malattie come il cancro, ma la sua idea suscitava l’incredulità dei colleghi e delle istituzioni e non riusciva a trovare finanziamenti. “Ogni sera mentre lavoravo pensavo: ‘Finanziamenti, finanziamenti, finanziamenti’, e la risposta era sempre: ‘No, no, no'”, ha raccontato recentemente alla rivista Stat. Perse il lavoro alla University of Pennsylvania, pensò di non essere abbastanza brava, voleva abbandonare la scienza. Ma proseguì le sue ricerche e quando, nel gennaio del 2020, venne pubblicata la sequenza genetica di un misterioso virus mortale che affliggeva la Cina, applicò la sua idea a un possibile vaccino. Dieci mesi dopo, l’immunizzazione dell’azienda in cui lavora, la tedesca BioNTech, è stata testata su 44.000 persone ed è una delle grandi speranze per porre fine alla pandemia mortale che ha devastato la vita di milioni di persone, abituate a vivere in società avanzate e benestanti, colte di sorpresa da tanta morte e desolazione. Nelle nostre vite, prevedibili e ipertecnologiche, ha fatto irruzione un virus che ci ha colto alla sprovvista e ci ha fatto sentire sopraffatti, sconcertati e spaventati. Molti si sono chiesti come è possibile che nessuno ci abbia avvertito che poteva accadere. Eppure scienziati come Karikó ci avevano avvertito. Il problema è che nessuno le dava ascolto.

Nessuno capisce la scienza e la tecnologia

Carl Sagan, astrofisico, divulgatore, scrittore e figura totemica della scienza, dello scetticismo e della ragione, lo ha detto forse meglio di chiunque altro, e lo ha ripetuto più volte: viviamo in una società assolutamente dipendente dalla scienza e dalla tecnologia, eppure siamo riusciti a far sì che quasi nessuno capisca la scienza e la tecnologia. E questa è un’ottima ricetta per il disastro.

Lo scollamento tra scienziati e cittadini è sempre esistito”, riflette lo scrittore e fisico Agustín Fernández Mallo. “Penso che dipenda da un’educazione non corretta, ma non tanto nei contenuti scientifici quanto nella filosofia della scienza. Forse è anche colpa della comunità scientifica, che storicamente ha incoraggiato l’idea che la scienza sia uguale alla verità”, aggiunge. Ma la scienza è solo un metodo per avvicinarci a quella verità; comunque, il migliore che abbiamo.

Ogni due anni, la Fondazione spagnola per la Scienza e la Tecnologia (FECYT) realizza un’indagine sulla percezione sociale della scienza in Spagna. L’ultima, del 2018, mostra che gli spagnoli hanno fiducia nella scienza, ma non la capiscono: quasi la metà degli intervistati ritiene che la propria educazione scientifica sia bassa o molto bassa. Mentre il 30 per cento ha poco o nessun interesse per l’argomento perché, dice la maggior parte, non la capisce.

Matilde Cañelles ritiene, come Fernández Mallo, che il distacco tra scienziati e cittadini non sia esclusivamente attribuibile alla mancanza di istruzione della società. Ricercatrice del Centro di Scienze Umane e Sociali (CCHS – CSIC), ha dedicato molto tempo allo studio dei cambiamenti nella percezione della rilevanza della scienza nella società; ora sta partecipando a uno studio multidisciplinare sull’impatto sociale del Covid-19. L’esperta spiega che il successo di una carriera scientifica viene sempre più valutato analizzando il numero di articoli che un ricercatore ha pubblicato su riviste specializzate, il che rende tale pubblicazione l’unico modo per valutare il suo lavoro, quello che in definitiva dà la possibilità di ottenere più fondi. In inglese lo chiamano publish or perish, pubblicare o perire. E questo ha isolato molti scienziati sotto tonnellate di documenti e di pratiche burocratiche, facendo loro dimenticare la necessità di trasferire i risultati delle loro ricerche alla società. “Si è creata quella che gli americani chiamano la rat race, una corsa sfrenata al successo per ottenere sempre più articoli, sempre più soldi e un laboratorio più grande. E si sono persi alcuni valori, come la necessità di parlare con i media e i cittadini”, riflette Cañelles.

I tempi lunghi

Un ulteriore problema è che i lunghi e complessi tempi e metodi della scienza non si adattano bene a una società abituata a misurare il successo di un progetto nel tempo necessario a pubblicare un tweet, e a valutare i politici in periodi di quattro anni. Come dimostra chiaramente l’esempio del vaccino di Katalin Karikó, uno scienziato ha bisogno di decine di anni e di finanziamenti mantenuti nel tempo perché le sue ricerche raggiungano dei risultati. In Spagna, l’emorragia dei fondi dedicati alla scienza negli ultimi 10 anni è stata monumentale e non ha paragoni con nessun’altra attività: si investe l’1,24 per cento del Pil, meno di un decennio fa (1,40 per cento), quando la media europea è del 2 per cento. La carriera di ricercatore è un disastro, con medici con una formazione eccellente che percepiscono stipendi intorno ai mille euro e nessuna prospettiva di lavoro stabile; i laboratori affogano per mancanza di denaro e fardelli burocratici; i migliori biologi, fisici e matematici vanno all’estero o nelle industrie farmaceutiche e tecnologiche. Ciò nonostante, quando l’anno scorso, a Madrid, gli scienziati vollero protestare contro questa situazione, scesero in strada solo 500 persone. “C’è una cecità politica, e anche una cecità sociale, per cui non ci si rende conto che gli investimenti a medio e lungo termine sono anche investimenti sull’oggi”, riassume la direttrice del Dipartimento di Salute Pubblica e Ambiente dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), Maria Neira.

La mancanza di attenzione e di interesse pubblico per la scienza è facilmente dimostrata da un esempio molto semplice. Il Centro Nazionale di Epidemiologia è responsabile del monitoraggio della nostra salute pubblica e del controllo delle malattie che possono colpire i cittadini. In questo organismo, nel 2008, lavoravano 100 persone. Dopo i tagli provocati dalla crisi economica, nel 2020, quando è arrivata in Spagna la più grande pandemia del XXI secolo, ne erano rimaste solo 64. Ora, qualche mese dopo, il centro si è rafforzato e conta 77 dipendenti, ma sempre meno, in piena crisi sanitaria, rispetto a 12 anni fa.

Era stato previsto tutto

La scienza, dunque, ha continuato a lavorare con mezzi sempre più limitati e nell’indifferenza generale, e quando virologi ed epidemiologi hanno avvertito che a un certo punto sarebbe arrivata una pandemia globale causata da un virus, nessuno li ha ascoltati. Ci sono libri e rapporti difficili da rileggere senza rabbrividire. Finora avevamo “schivato il proiettile”, come ha detto Keiji Fukuda, ex responsabile delle malattie epidemiche presso i Centers for Disease Control and Prevention di Atlanta (CDC, il centro di riferimento per la salute pubblica degli Stati Uniti). Grazie a una combinazione di preparazione (soprattutto nei Paesi dell’Estremo Oriente) e buona sorte, né il SARS nel 2002, né l’influenza suina nel 2009, né l’Ebola nel 2014, né il virus Zika nel 2016 sono state pandemie complete. Ma quando l’11 marzo 2020 l’Oms ha dichiarato che la Covid provocata dal virus SARS-CoV-2 era una pandemia, l’attenzione dell’intero pianeta, fino a quel momento concentrata sui conflitti politici, le partite di calcio, i rapper o le serie televisive, si è rivolta alla scienza. E la scienza era pronta.

Il vaccino in dieci mesi

Dalla sua posizione privilegiata nell’Oms, Maria Neira riflette: “Se abbiamo avuto un vaccino in 10 mesi è perché c’erano già gruppi di scienziati, con stipendi non proprio milionari, che ci lavoravano da tempo. Non è che fossero poco preparati. È che erano poveri. La comunità scientifica ci stava lavorando, con scarse risorse e buona volontà, ma se non fosse stato per questo, non saremmo qui”.

La corsa scientifica per trovare dei farmaci in grado di mitigare la gravità della malattia e dei vaccini per debellarla è stata monumentale, senza precedenti ed è iniziata non appena la Cina segnalò, nel dicembre 2019, i primi casi di polmonite atipica di origine sconosciuta. Ignacio López-Goñi, professore di Microbiologia all’Università di Navarra e divulgatore scientifico, la riassume nel suo appassionante libro Preparados para la próxima pandemia: in pochi giorni si individuò la causa, un coronavirus. Il 13 gennaio era già disponibile sul sito web dell’Oms il protocollo del test PCR [reazione a catena della polimerasi] per la rilevazione del virus ed entro maggio esistevano già 270 test diagnostici diversi. In pochi mesi, scienziati di tutto il mondo hanno sequenziato più di 90.000 genomi di pazienti provenienti da tutto il mondo, per conoscere meglio l’agente patogeno e vedere come e in quali circostanze muta. In sei mesi sono stati pubblicati 40.000 articoli scientifici sul SARS-CoV-2, mentre sul primo coronavirus, la SARS [Severe Acute Respiratory Syndrome], ne erano stati scritti circa 1.000. Sono state testate decine di terapie diverse (antivirali, antinfiammatorie, plasma da pazienti guariti…) e l’Oms ha lanciato un programma, “Solidarity”, grazie al quale 400 ospedali di 35 Paesi hanno condiviso i dati sull’efficacia di tutti quei farmaci. E infine c’è la grande speranza, l’unica via per tornare alla vita precedente: il vaccino. Ci sono 125 candidati e 3 di loro sono sul mercato a meno di un anno dall’identificazione di questa misteriosa polmonite in Cina. Mai, nella storia, si era arrivati a una risposta così rapidamente. Ci vogliono decine di anni per sviluppare i vaccini e per alcuni virus, come l’HIV, non esistono nemmeno.

La collaborazione tra esperti

La scienza ha compiuto uno sforzo straordinario a prescindere dalla mancanza di interesse da parte dei cittadini, dai tagli, dai miseri stipendi o dall’instabilità della carriera dei ricercatori. Maria Neira riflette sulla sua esperienza all’Oms in questi mesi: “Abbiamo battuto ogni record nella collaborazione tra esperti. Non ho mai visto niente del genere; non potrei dirvi il nome di un solo scienziato che abbiamo chiamato che ci abbia detto di no, anche se gli chiedevamo un appuntamento per qualche ora dopo o alle tre del mattino. E questo è successo anche se stiamo parlando di questioni in cui ci sono in gioco anche molti interessi commerciali. È una delle cose che più ha commosso i miei colleghi e me: questa generosità, questa collaborazione altruista e molto consapevole del momento storico in cui ci troviamo”. La scienza, nonostante tutto, ha risposto, sì. Ma non senza costi.

“Finora, ciò che arrivava alla società, attraverso i media, era il prodotto finale della scienza, ma in questi mesi abbiamo visto come funziona la scienza, il coraggio. E ciò che è rimasto, a volte, è molta preoccupazione”, dice López-Goñi, che con il suo account Twitter (@microBIOblog) raggiunge quasi 58.000 persone. Il primo problema è che la società, e anche i politici, chiedono spesso soluzioni rapide e risolutive a problemi complessi e mutevoli, come è la lotta contro un virus mortale. “E la scienza non ha risposte immediate o certezze, soprattutto in materia di biologia. Sempre, mai… questi sono termini che non si possono usare”, dice il microbiologo. E poi “abbiamo visto le vergogne della scienza”.

Gli studi non confermati

Gli scienziati pubblicano i risultati delle loro ricerche su riviste specializzate che vengono recensite da altri scienziati. Questo processo di solito richiede mesi, ma la pandemia non aspetta. Ecco perché quest’anno sono state pubblicate decine di migliaia di preprints, studi non confermati, utili alla comunità dei ricercatori, ma che sono stati pubblicati dai media e nei social network come verità provate quando non lo erano. Inoltre, il tempo di revisione delle riviste mediche è stato dimezzato, passando da una media di 120 giorni a 60 giorni. È noto il caso di un articolo scientifico non revisionato che sosteneva, a gennaio, di aver trovato un legame “sospetto” tra il virus dell’Aids e il coronavirus, suggerendo che queste coincidenze non erano “casuali” e aprendo la porta all’idea che il virus della Covid potesse essere stato creato deliberatamente in laboratorio. L’articolo fu ritirato due giorni dopo, ma venne scaricato da 200.000 persone e diffuso da oltre 23.000 tweet.

Il mercato azionario

C’è una cattiva scienza che ha portato lauti profitti sul mercato azionario alle aziende che hanno giocato a fornire informazioni non verificate sui loro farmaci o vaccini. Al momento in cui scriviamo, nessuna delle tre aziende che hanno messo a disposizione dei governi di tutto il mondo i loro vaccini (AstraZeneca, Pfizer e Moderna) ha messo a disposizione della comunità scientifica i risultati delle proprie ricerche.

Ma probabilmente il miglior esempio della confusione in cui si è trovata la comunicazione scientifica durante la pandemia è stato quello dell’idrossiclorochina. Questo farmaco, utilizzato da decenni per la terapia di malattie come la malaria, è stato identificato all’inizio della pandemia come una delle possibili terapie contro la malattia da coronavirus. È stato difeso anche da personalità come il presidente brasiliano Jair Bolsonaro o il presidente americano Donald Trump, che hanno attirato l’attenzione mondiale sul farmaco, al punto da creare problemi di approvvigionamento in tutto il mondo. Tuttavia, quando la prestigiosa rivista The Lancet pubblicò, a maggio, uno studio in cui si suggeriva che aumentasse il rischio di morte, questo semplice farmaco antimalarico venne screditato, tanto più perché difeso da due presidenti populisti che non sono certo amanti della scienza. Quello studio, però, pubblicato su una rivista molto prestigiosa, è stato poi ritirato, per cui prestigiosi medici e ricercatori hanno chiesto di poter continuare le loro ricerche. Infine, lo scorso ottobre, l’Oms ha assicurato che l’idrossiclorochina non salva la vita, ma i risultati del suo studio non sono stati ancora pubblicati. Tutto questo guazzabuglio di studi e comunicati ha confuso il pubblico, che a questo punto probabilmente non sa più se l’idrossiclorochina uccide o salva.

Confusione e false aspettative

“Con l’informazione scientifica sempre più polarizzata, contorta ed esagerata, c’è una crescente preoccupazione che la scienza sia rappresentata al pubblico in un modo che può creare confusione, false aspettative e un’erosione della fiducia”, riconosce, in un interessante rapporto, intitolato We Need to Do Better, la Royal Society of Canada. L’arroganza di alcuni scienziati, popolari sui media e su Twitter, nel parlare in tono perentorio di un argomento che non hanno studiato (“più uno parla con sicurezza del Covid-19, meno dobbiamo fidarci di quello che dice”, suggerisce un editoriale del British Medical Journal), ha aggiunto rumore e smarrimento in un mondo, quello della comunicazione scientifica, in cui non sono troppe le voci prestigiose e di riferimento. Quanto dura l’immunità al Covid-19? Le mutazioni del virus sono più pericolose? Che cosa succede nelle scuole, perché non ci sono contagi importanti? La verità è che non lo sappiamo, e forse è ora di riconoscerlo. “La certezza è il contrario della conoscenza”, dice lo stesso editoriale. “Vale la pena di insistere sul fatto che la scienza produce risultati validi per il mondo proprio perché ammette fin dall’inizio che può essere confutata, che non deve essere sempre vera; ovvero, è critica nei confronti di se stessa e continua ad autocorreggersi. L’unica cosa che non può mai essere confutata sono le religioni o le ideologie basate su una qualche fede”, spiega Fernández Mallo.

La cattiva scienza, mista al bisogno di certezze da parte dei politici e della popolazione in una materia dove non ce ne sono, ha generato molto rumore intorno alla scienza: cospirazioni, notizie false, movimenti antivax e anti-mascherina, diffidenza… “Pensavo di aver visto ogni tipo di epidemie, e ne ho viste di terribili”, riflette Maria Neira dell’Oms. “Ma questa ha dei fattori irrazionali, di alta politicizzazione, di comunicazione cacofonica, di infodemia, persino di reazioni apocalittiche. Dobbiamo tornare alla serenità e a riprenderne le redini, il che non significa indottrinamento. Forse molte persone, oggi, si sentono vulnerabili, non si sentono guidate”.

La buona notizia

La buona notizia è che la scienza è più che mai preparata ad aiutare i leader politici a fare il loro lavoro, ad avere, cioè, una funzione di guida. Il governo spagnolo ha aumentato gli investimenti nella scienza del 60 per cento, il più grande aumento mai registrato in questo Paese. Le donazioni al più grande centro di ricerca spagnolo, il CSIC, sono passate da 460.000 euro nel 2019 a 11,3 milioni di euro all’inizio di dicembre. L’Istituto sanitario Carlos III, che è stato responsabile di gran parte della gestione di questa pandemia, ha ricevuto 740.000 euro negli ultimi 15 anni, dal 2005 al 2020. Nel 2020, si sono superati gli 1,2 milioni di euro, per lo più da persone giuridiche. Ma le persone fisiche hanno donato a un ente praticamente sconosciuto al grande pubblico prima della pandemia più di 11.000 euro. E nel caso del CSIC, 177.340 euro sono stati donati da cittadini anonimi. Si tratta di un fenomeno sconosciuto in Spagna. Inoltre, alcuni scienziati che lavorano nelle università, come López-Goñi, affermano che sono aumentate le iscrizioni a Biologia, Biochimica e Medicina, anche se non ci sono ancora cifre ufficiali. Il mondo sta concentrando la propria attenzione sulla scienza, ma continuerà a farlo?

“La scienza è un investimento strategico, intelligente e, allo stesso tempo, di buon senso. È ovvio, è talmente basilare che non se ne dovrebbe nemmeno discutere. Dobbiamo capire da quello che stiamo vivendo che la scienza non ci salva la vita, ma la prepara ad essere migliore”, dice María Neira. Lei e altri esperti ritengono che il prossimo appuntamento per verificare se la scienza rientra ancora nell’interesse dei cittadini e dei politici sia quello che l’OMS chiama One Health, ovvero la necessità di riflettere sulla connessione tra la nostra salute e quella del pianeta. Perché nessuno dubita che arriverà un altro virus mortale, che a sua volta provocherà un’altra pandemia. La questione è se avremo colto l’occasione per prepararci.

“Oltre a rafforzare i sistemi di risposta e di sorveglianza epidemiologica, dobbiamo pensare a come affrontiamo i fattori di rischio, cosa che non stiamo facendo bene. Ora siamo concentrati nello spegnere questo incendio, ma cosa è successo che lo ha fatto accadere? Lo sappiamo molto bene, anche se stiamo rimandando la risposta”, dice Neira. L’esperta cita come rischi che non stiamo affrontando l’inquinamento dell’aria, l’uso di combustibili fossili, le città in cui viviamo, “dove regna l’automobile e noi siamo cittadini di seconda classe”, e uno stile di vita sedentario che aumenta i fattori di rischio come l’ipertensione, il diabete e l’obesità. “La società ci chiederà di ridurre la vulnerabilità e pretenderà che i governanti riducano questi rischi, di ogni genere, e ci proteggano meglio”, aggiunge.

Gli scienziati figure centrali

E in questa riduzione dei rischi è fondamentale che gli scienziati rimangano delle figure centrali nel consigliare i politici quando arriverà il momento di prendere di nuovo decisioni complesse. “Ci sono voluti molti mesi per creare dei canali che consentano una diffusione capillare delle conoscenze scientifiche”, dice il sociologo Pep Lobera, membro di una commissione che consiglia il governo sulla strategia dei vaccini. “Questa crisi è un colpo molto forte, ma non sarà l’ultimo. Servono canali che permettano a queste conoscenze di permeare il processo decisionale in contesti di incertezza, non si possono improvvisare”, aggiunge. Ed è anche il momento di rafforzare la comunicazione tra scienziati e cittadini, e per questo è essenziale, secondo lui, “essere molto trasparenti, molto ricettivi, non creare false speranze, ascoltare le preoccupazioni delle persone senza disprezzarle dicendo che sono prive di cultura scientifica”, frase che viene pronunciata troppo spesso da alcuni scienziati molto attenti ai media. “Ci vuole umiltà”, conclude Lobera.

2021, un anno fondamentale

L’anno 2021 sarà fondamentale nella storia della scienza e della fiducia del pubblico in essa: se la maggioranza della popolazione vorrà essere immunizzata, se i vaccini anti-Covid funzioneranno bene e se le cospirazioni non avranno successo, la fiducia nella ricerca si sarà rafforzata e molto probabilmente la società non permetterà che l’attenzione scompaia. Lobera, che ha studiato i punti di forza e le carenze della cultura scientifica in Spagna, ritiene che in questo il Paese parta con un vantaggio e uno svantaggio. Il fattore positivo è che c’è un livello molto elevato di fiducia negli scienziati, nel funzionamento della scienza e nei vaccini rispetto ad altri Paesi. In un sondaggio pubblicato a settembre dal Pew Research Center, negli Stati Uniti, il 91 per cento degli spagnoli è d’accordo sul fatto che il governo debba investire fondi pubblici sulla scienza (è la percentuale più alta tra i Paesi studiati). Dopo gli indiani e gli australiani, gli spagnoli sono quelli che nutrono più fiducia nei ricercatori. I dati coincidono con i sondaggi che si realizzano in Spagna e che collocano sempre gli scienziati tra i professionisti più ammirati, accanto a medici e insegnanti.

Il lato negativo è che viviamo in uno dei Paesi più polarizzati politicamente. Mascherine sì o no, salute o economia, test PCR o antigenico; anche i dibattiti più tecnici sono serviti a polarizzare i cittadini. “E c’è un rapporto inquietante tra l’erosione della fiducia sociale nella scienza e nella politica e l’emergere di partiti populisti con leader carismatici e profetici. È un anno molto importante per fare le cose per bene”, aggiunge Lobera. A condizione che, naturalmente, si mantengano gli investimenti e non scompaiano quando i riflettori si saranno spenti: “La ricerca di qualità va sempre finanziata, in modo che quando arriva la crisi, e non si sa mai da dove arriverà, si abbiano conoscenze sufficienti su cui fare affidamento per fare le scoperte o sviluppare le metodologie che ci aiuteranno”, riassume Cañelles.

Grazie alla scienza non c’è più il vaiolo e stiamo per debellare la poliomielite, l’epatite C, il morbillo o la rosolia, riflette López-Goñi nel suo libro. Grazie alla scienza, non c’è più la peste o i lebbrosi per le strade d’Europa. Grazie alla scienza, l’Aids è una malattia cronica. Grazie alla scienza, molti tumori possono essere curati. Per risolvere questa e le future pandemie, finché qualcuno non troverà un metodo migliore, l’unico modo che abbiamo è ascoltare, capire, difendere e finanziare le Katalin Karikó del mondo; ascoltare, capire, difendere e finanziare la scienza.
(Copyright El País/Lena-Leading European Newspaper Alliance. Traduzione di Luis E. Moriones)

Fonte: Repubblica

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