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MANSURA – Gli applausi di parenti e amici hanno segnato l’inizio dell’udienza a Mansura, in Egitto, per Patrick Zaky, lo studente egiziano dell’Università di Bologna in carcere in Egitto dal febbraio dello scorso anno. È apparso per qualche secondo nella gabbia degli imputati verso le 12.15 durante una pausa delle altre udienze per poi essere riportato via in seguito all’attenzione che ha subito destato. Patrick dovrebbe comunque tornare in aula a breve.

La Corte è la seconda della città sul delta del Nilo, dove il trentenne è nato e cresciuto e dove fu incarcerato per quasi un mese l’anno scorso all’inizio della detenzione cautelare, prima di essere spostato a Tora, il carcere per detenuti politici alla periferia del Cairo.

Su una delle due file di panche di legno di un’aula al terzo piano ci sono anche il padre, George, e la sorella, Marise. La mamma ha scelto di rimanere a casa: “Non ce la fa”, dicono gli amici di Patrick.

Ha i capelli raccolti in una coda, le converse bianche ai piedi. È in buona salute, ma ha perso perso. Gli hanno dato biscotti e acqua dopo le richiesta della sorella. Il giudice gli ha dato la possibilità di parlare cinque minuti, chiedendogli se avesse qualcosa da dire.

Zaky, abbastanza sicuro di sé, ha detto di essere innocente e di essere rimasto in pringione per 19 mesi senza nessuna base legale. La sua avvocatessa ha chiesto il rinvio dell’udienza, ma l’accusa ha chiesto che gli venga data la massima pena per la diffusione di notizie false, ossia cinque anni.

In aula ci sono anche i rappresentanti delle ambasciate di Italia, Canada e Germania: in tutto 18 persone a occupare la maggior parte dello spazio nella piccola aula di Mansura dove abitualmente si tengono udienze per divorzi o violenze personali.

 Zaky era stato arrestato nel febbraio 2020 all’aeroporto del Cairo, mentre tornava a casa per prendersi una pausa dai suoi studi e rivedere la sua famiglia. L’accusa è quella di “diffusione, in patria e all’estero, di notizie false contro lo Stato egiziano”.

L’unico atto depositato noto al momento, esplicitato solo ieri, è un articolo scritto dal ragazzo nel 2019 per la rivista online Darraj in cui parla della discriminazione subita da un militare di religione cristiano copta morta nel Sinai, dove l’Egitto conduce da anni quella che definisce una “campagna anti-terrorismo”. Un’accusa per cui si trova a dover rispondere davanti a una corte d’emergenza che si occupa di terrorismo e una sentenza che, per queste ragioni, sarà inappellabile.

Fonte: Repubblica

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