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La contesa intorno al destino del piccolo Eitan Biran apre le porte a quella che si prospettar come una lunga battaglia giudiziaria. Repubblica ha sentito il professore Yuval Shany, a capo del dipartimento di Diritto Internazionale della Hebrew University di Gerusalemme, per fare chiarezza sulla procedura dal punto di vista della legge israeliana.

Professor Shany, può fare ordine sui procedimenti in corso?

“Ci sono due procedure separate: la prima è la denuncia per sequestro nei confronti del nonno Shmuel Peleg, un procedimento penale. Per procedere la polizia israeliana deve ricevere una richiesta dalla polizia italiana a cui è stata presentata denuncia. Un’altra cosa è la restituzione del minore, che ricade nell’ambito delle procedure stabilite dalla Convenzione dell’Aia. In questo caso, spetta alle autorità italiane rivolgersi a quelle israeliane per attivare la Convenzione e procedere con il rimpatrio”.

La famiglia Biran ha presentato denuncia per sequestro contro Peleg anche alla polizia israeliana: questo dovrebbe accorciare le procedure?

“Quando viene presentata una denuncia, la polizia apre un’indagine e convoca testimoni e sospetti. Ora, le tempistiche sono molto variabili, dettate dalle priorità e dall’urgenza che stabilisce la polizia, e in questo caso anche dal fatto che il reato è avvenuto in un altro Paese. Il fatto che domenica sia stata presentata denuncia e il nonno non sia ancora stato convocato dalla polizia, non è una situazione straordinaria diciamo. Ad ogni modo, l’indagine non ha nulla a che vedere con la restituzione di Eitan”.

Come funziona l’attivazione della Convenzione dell’Aia?

“La convenzione riguarda aspetti procedurali, si occupa di definire qual è il tribunale che ha la competenza sulla questione dell’affidamento del bambino, che in genere è quello del luogo di residenza stabile. Le autorità italiane presentano richiesta ufficiale al ministero della Giustizia israeliano e questo deve stabilire se il caso rientra nell’ambito della Convenzione. Se viene deciso che è così e le autorità incontrano l’opposizione della famiglia a restituire Eitan, la questione passerà alla competenza del Tribunale per le questioni famigliari che deve pronunciarsi sul rimpatrio”.

Il ministero della Giustizia israeliano per ora si rifiuta di esprimersi pubblicamente sulla vicenda, ma da alcune indiscrezioni sembra che la posizione del governo israeliano sia in favore della restituzione.

“Sembra che in un primo dibattito interno che si è svolto tra i vari funzionari, la posizione prevalente sia che il caso in questione rientra effettivamente nell’ambito della Convenzione. Cosa che non sorprende molto, dal momento che è difficile contestare che la residenza abituale del bambino fosse in Italia e che la tutrice legale fosse la zia. Dopodiché, se si arriva al Tribunale, il procedimento può durare settimane, mesi. La Convenzione definisce un tempo standard di sei settimane, dal momento dell’avvenuta richiesta da parte delle autorità straniere, per portare a termine le procedure per la restituzione. Oltre a questo lasso di tempo, lo Stato deve argomentare quali sono i motivi del ritardo”.

Riesce a fare una valutazione di quello che potrà succedere, in base ad altri casi in cui è stata attivata la Convezione?

“In genere Israele la rispetta e i tribunali tendono a sostenere la parte a cui è stato prelevato il minore. Spesso le famiglie sollevano argomentazioni riguardanti l’educazione religiosa del bambino in un Paese diverso da Israele, ma in genere non hanno un grande peso nelle decisioni dei giudici. L’obiettivo è valutare qual è la condizione che preserva al meglio il benessere del minore”.

Una delle argomentazioni della famiglia Peleg è che il bambino in Italia frequenterebbe una scuola cattolica e che, anche presso la famiglia della zia tutrice, non riceverebbe un’educazione ebraica come i suoi genitori avrebbero auspicato.

“Non conosco i dettagli delle carte, ma non credo che possa avere un grande peso, specie considerato che il bambino avrebbe dovuto andare alle elementari nello stesso istituto in cui ha frequentato l’asilo, dove l’avevano iscritto i genitori”.

Nel momento in cui si arriverà alla corte, quante probabilità ha la famiglia Peleg di dimostrare che il benessere del bambino è crescerlo in Israele e che questa sarebbe stata la volontà dei suoi genitori defunti, come sostengono?

“In genere le argomentazioni rilevanti per la corte sono il timore di un grave danno fisico o psicologico che può essere causato al bambino in caso di restituzione. Un’altra considerazione che può avere impatto è se, tra tutte le procedure, passa più di un anno, in quel caso la corte potrebbe valutare l’ambientazione del bambino nel nuovo Paese”.

C’è la possibilità che si chieda a Eitan cosa vorrebbe?

“Spesso i bambini coinvolti vengono consultati dalla corte. Quando si tratta di adolescenti, la loro posizione può avere un peso anche importante. Ma nel caso di un bambino così piccolo non credo sarà così”.

Fonte: Repubblica

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