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NUOVA DELHI – Con la battaglia contro il coronavirus che sta prendendo una piega preoccupante, l’India ha deciso di tagliare drasticamente le esportazioni di vaccini contro il Covid, costringendo a una frenata le campagne di immunizzazione in molti altri Paesi.

Il governo di Nuova Delhi ha deciso di bloccare quasi integralmente l’esportazione dei 2,4 milioni di dosi prodotti ogni giorno dal Serum Institute of India, un’azienda privata che è fra i maggiori produttori mondiali del vaccino di AstraZeneca. L’India cerca disperatamente di procurarsi tutte le dosi possibili. Le infezioni giornaliere stanno superando quota 50mila, più del doppio rispetto a meno di due settimane fa. E la campagna vaccinale indiana procede a rilento, con meno del 4 per cento del miliardo e quattrocento milioni di abitanti del Paese che hanno ricevuto un’iniezione, molto indietro rispetto al ritmo che stanno tenendo gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la maggior parte dei Paesi europei.

Fino a poche settimane fa, l’India era uno dei maggiori esportatori del vaccino di AstraZeneca e lo usava per accrescere la sua influenza nell’Asia meridionale e in tutto il mondo. Più di settanta Paesi, da Gibuti alla Gran Bretagna, hanno ricevuto complessivamente oltre 60 milioni di dosi fabbricate in India. Da metà gennaio a marzo, massicce spedizioni di vaccini partivano dal Paese asiatico a intervalli di pochi giorni.

Ma nelle ultime due settimane le spedizioni si sono fortemente ridotte, secondo i dati del ministero degli Esteri indiano. E il Covax, il programma istituito dagli organismi donatori per acquistare vaccini per le nazioni più povere, giovedì ha riferito di aver comunicato a queste ultime che quasi 100 milioni di dosi attese a marzo e ad aprile subiranno ritardi a causa dell’«accresciuta domanda di vaccini contro il Covid-19 in India».

Le autorità di Nuova Delhi non hanno rilasciato dichiarazioni ufficiali sulla situazione delle esportazioni di vaccini e non hanno risposto neanche alle sollecitazioni del New York Times per questo articolo. Ma gli esperti sanitari dicono che la spiegazione è evidente: ora che in India è arrivata la seconda ondata, il Paese si sta tenendo stretto un vaccino che non è stato sviluppato in India ma viene prodotto in enormi quantità sul suo territorio.

Il governo del primo ministro Narendra Modi, un nazionalista dal pugno di ferro, ha il potere di decidere quante dosi di vaccino possono essere esportate e sembra che l’India stia andando nella stessa direzione dell’Unione europea, che si appresta a mettere un freno alle esportazioni.

Adar Poonawalla, amministratore delegato del Serum Institute e rampollo della famiglia di miliardari che gestisce l’azienda, si trova in una posizione molto scomoda. Il Serum Institute ha interesse, per non compromettere la sua reputazione, a mantenere gli impegni presi con i clienti esteri e con l’AstraZeneca, e a rispettare i contratti che ha firmato.

Ma Poonawalla finora ha attentamente evitato di dire qualsiasi cosa di negativo su Modi o sulle pressioni che sta ricevendo dal governo del suo Paese, preferendo esortare alla pazienza. «Il Serum Institute of India ha ricevuto istruzioni di dare la priorità alle enormi necessità dell’India, tenendo conto anche delle esigenze del resto del mondo», ha twittato Poonawalla alla fine di febbraio. «Stiamo cercando di fare del nostro meglio».

Il Serum Institute, che ha la sua sede in un enorme complesso nella città di Pune, aveva accettato di fornire i vaccini ai Paesi a medio e a basso reddito, secondo un accordo sottoscritto l’anno scorso con l’AstraZeneca, il colosso farmaceutico che ha sviluppato il vaccino insieme agli scienziati di Oxford.

I problemi di produzione negli stabilimenti dell’AstraZeneca in Belgio e nei Paesi Bassi hanno costretto nazioni più ricche come il Canada, l’Arabia Saudita e la Gran Bretagna a fare affidamento anche loro sulle dosi fornite dal Serum Institute, rendendo ancora più centrale il ruolo dell’azienda nella catena logistica mondiale del vaccino AstraZeneca.

L’India finora ha esportato più dosi di vaccini di quelle che ha somministrato alla sua popolazione, a differenza degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e degli Stati dell’Unione Europea. Con una popolazione superiore a quella dell’Africa e centinaia di milioni di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà, il gigante dell’Asia meridionale fa affidamento sulla produzione nazionale di vaccini, a differenza dei Paesi che devono procurarseli da fornitori di tutto il mondo. L’India produce un secondo vaccino contro il Covid-19, sviluppato da un’azienda nazionale, la Bharat Biotech, ma la domanda di questo farmaco a livello mondiale è molto più bassa di quella del vaccino AstraZeneca.

Molti Paesi più poveri probabilmente non riusciranno ad avere ampio accesso ai vaccini prima del 2023 o 2024, e uno stop prolungato alle esportazioni dall’India potrebbe prorogare ulteriormente questi orizzonti temporali, dice Olivier Wouters, professore di politiche sanitarie alla London School of Economics, che studia la catena logistica mondiale dei vaccini.

Con la diffusione delle nuove varianti, dice, è nell’interesse di tutti i Paesi lavorare insieme per immunizare la popolazione mondiale. «Molti Paesi in ogni parte del mondo, in particolare quelli più poveri, fanno affidamento sull’India», dice Wouters, «Il nazionalismo vaccinale ci danneggia tutti».

Il Nepal, una delle nazioni più povere dell’Asia e vicina dell’India, ha dovuto mettere in pausa la sua campagna di immunizzazione, che dipendeva quasi interamente dalle dosi del vaccino AstraZeneca fabbricate dal Serum Institute. Con le scorte prossime a esaurirsi, le autorità di Kathmandu hanno dovuto interrompere la somministrazione di vaccini il 17 marzo.

La Gran Bretagna si trova in una situazione analoga: ha ricevuto 5 milioni di dosi dal Serum Institute alcune settimane fa, ma sono settimane che ne aspetta altrettante. Uno dei massimi collaboratori del primo ministro Boris Johnson, Eddie Lister, secondo fonti ufficiali ha approfittato di un viaggio in India, questa settimana, per cercare di assicurarsi i rifornimenti previsti. Johnson dovrebbe andare in India il mese prossimo e alcuni diplomatici nel Paese hanno definito il suo viaggio come una missione di alto profilo per garantirsi milioni di dosi in più.

Il Serum Institute gioca un ruolo importante anche nel programma Covax per le nazioni più povere. Documenti dell’Organizzazione mondiale della sanità mostrano che l’azienda indiana avrebbe dovuto fornire 240 milioni di dosi entro la fine di giugno. Ma I dati del ministero degli Esteri indiano e la dichiarazione rilasciata giovedì dalla Covax indicano che le campagne vaccinali in tutto il mondo probabilmente subiranno ulteriori ritardi.

Il 1° aprile l’India allargherà i criteri di vaccinazione e consentirà a tutti quelli al di sopra dei 45 anni di ricevere un’iniezione.

«È una situazione fluida», dice K. Srinath Reddy, un esperto di politica sanitaria della Public Health Foundation, un’organizzazione indiana senza scopo di lucro. «Ma al momento, considerando che l’offerta di vaccini e la situazione del Covid è dinamica, penso che sia più che appropriato che il governo dell’India faccia una pausa e dica: ‘Teniamoci le scorte’».

New York Times

(Traduzione di Fabio Galimberti)

Fonte: Repubblica

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