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211254944 a328d146 c586 4073 8b39 44c8fffbf053 - Farmaci contro il Covid, i dubbi di Giorgio Palù sulla centrale unica Ue: “Non ripetiamo gli errori già fatti”

L’idea di Bruxelles di acquistare le medicine contro il Covid in modo centralizzato «andrebbe gestita meglio rispetto a quanto fatto con i vaccini» secondo Giorgio Palù, presidente dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa). Anche perché i vaccini si stanno rivelando un successo contro la pandemia. Il panorama dei farmaci invece resta in chiaroscuro. Gli anticorpi monoclonali, ad esempio, «li stiamo usando poco» dice Palù. Il farmaco remdesivir «andrebbe somministrato precocemente, all’esordio dei primi sintomi, come gli altri antivirali efficaci». In compenso però «ci sono molte nuove molecole allo studio, tra i milioni di composti sottoposti a screening. Una, il molnupiravir, è già in fase due, sperimentata anche in Italia. Le altre, quando avranno completato i test, potrebbero diventare nuove armi contro una pandemia che comunque non scomparirà dall’oggi al domani».

Nel futuro della lotta al coronavirus dunque vaccini e farmaci cammineranno insieme. Ma l’idea di un acquisto centralizzato dei medicinali anti-Covid da parte dell’Europa «andrebbe rafforzata con un maggior coordinamento tra gli Stati membri» dice il virologo dell’università di Padova. Su troppi aspetti della pandemia le capitali europee hanno marciato in ordine sparso, dalle fasce d’età cui somministrare AstraZeneca alle chiusure delle frontiere, fino oggi alla strategia per i passaporti vaccinali

I farmaci più costosi, che potrebbero beneficiare di un acquisto su vasta scala, sono soprattutto gli anticorpi monoclonali. L’Italia li ha introdotti da un paio di mesi. Ma dire che siano decollati sarebbe un’esagerazione. «Li usiamo poco» conferma il presidente dell’Aifa. «Ne abbiamo acquistate 200mila dosi usandone finora solo 5.700. Sono somministrati all’1% circa dei pazienti che potrebbero trarne beneficio, cioè quelli più a rischio di una forma grave di Covid per comorbosità, come indice di massa corporea, diabete o altro. Negli Stati Uniti e in Germania sono circa al 5%. Noi soffriamo la difficoltà logistica di questi farmaci, che andrebbero somministrati molto presto, nei primi giorni o addirittura nelle prime ore dopo la comparsa dei sintomi. A questa condizione riescono a ridurre dell’80% i ricoveri in ospedale e del 90% i decessi. Ma nella prima fase dell’infezione il paziente si trova solitamente a casa, mentre i monoclonali vanno somministrati con un’infusione endovena in ospedale, poi richiedono un’osservazione di circa un’ora per evitare reazioni allergiche». Il fronte degli altri farmaci antivirali è un po’ più arretrato, ma una nuova pillola più semplice, da usare per bocca, è in fase 2 di sperimentazione, molnupiravir.

Di medicine ci sarà bisogno anche se a fare buona parte del lavoro contro il Covid saranno i vaccini. «Non riusciranno però a debellare il virus» secondo Palù. «Perché non sarà possibile immunizzare il 70-80% del mondo. Resterà con tutta probabilità endemico come i virus influenzali e gli altri 4 coronavirus che circolano tra noi, causando poco più di un raffreddore. Il virus del Covid non è come Sars-CoV1 del 2002 o il virus della Mers del 2012, che avevano una letalità del 10% e del 36% e che oggi sono virtualmente estinti. Sars-CoV2, se guardiamo agli studi di sieroprevalenza, ha una letalità dello 0,2-0,4% e resterà tra noi per molto tempo ancora».

Fra i vaccini in arrivo, manca ancora all’appello il tedesco CureVac, di cui l’Europa ha acquistato 405 milioni di dosi. L’approvazione dovrebbe arrivare a luglio, ma l’azienda ha già annunciato difficoltà nella produzione su larga scala. «È una piccola biotech, stanno cercando di associarsi con Big Pharma» dice Palù. Alla produzione parteciperà anche una multinazionale in Italia. «Ma per fronteggiare le pandemie del futuro il nostro paese ha bisogno di ben altro. L’Italia ha un’industria farmaceutica d’eccellenza che fattura 36 miliardi, ha sviluppato una grande innovazione di processo ma produce in prevalenza farmaci generici o prodotti di livello tecnologico non troppo elevato. Abbiamo bisogno di investire in ricerca di base e creare stimoli e condizioni che favoriscano le imprese high-tech. Il Governo è impegnato in questa direzione».

Fonte: Repubblica

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