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102356588 db824d1e 6cf2 46e1 81bd bbe7d011d1aa - Farmaci, un terzo degli anziani ne usa 10 insieme. Brusaferro: "Rischio abuso". Nelle Rsa troppi psicofarmaci

Gli anziani assumono tanti farmaci, in certi casi troppi. Così le terapie invece di curare e prevenire possono diventare controproducenti. C’è anche un rischio inappropriatezza nelle prescrizioni che ricevono in Italia gli over 65, il 98% dei quali nel 2019 ha assunto almeno una medicina. Nel rapporto  “L’uso dei farmaci nella popolazione anziana in Italia” realizzato da Aifa e Istituto superiore di sanità si cerca così anche di indicare la strada della “deprescrizione”, perché troppe molecole insieme possono non portare benefici ma fare danni a causa delle interazioni tra loro.

Un Paese che ha alti tassi di invecchiamento, come l’Italia, “ha davanti la sfida quella dell’appropriatezza della prescrizione per la persona anziana: oggi affrontiamo le malattie in modo specialistico, e anche in modo brillante, ma dando risposte singole alla singola patologia. La conseguenza, però, è che in alcuni casi, a fronte di persone che hanno molte condizioni concomitanti, ci troviamo davanti a situazioni in cui i principi attivi prescritti sono tantissimi. Ho avuto modo di conoscere persone che assumevano anche 22 o 23”, ha commentato Silvio Brusaferro, presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, intervenuto durante la presentazione del rapporto. “La prescrizione contemporanea di più di 5 principi attivi è associata a un maggior rischio di ospedalizzazione da farmaco” ha ricordato. “Se a questo aggiungiamo il fatto che i bugiardini sono complessi da leggere soprattutto per i caregiver degli anziani, che sono spesso non italiani, si può capire l’importanza della questione”.

Ridurre le prescrizioni se sono inutili

Il primo dato da sottolineare dà l’idea di quanto sia esteso il fenomeno. Tantissimi italiani, il 29% degli uomini e il 30,3% delle donne di oltre 65 anni, usano 10 o più sostanze contemporaneamente. Le conseguenze non sono sempre positive sullo stato di salute di queste persone. “E’ noto che la politerapia è associata a una riduzione dell’aderenza al trattamento farmacologico nonché a un aumento del rischio di interazione tra farmaci”, scrive Aifa, che poi fa alcuni esempi. Ci sono persone (il 6,6% sul totale, l’11% al sud) che prendono due o più medicine che aumentano il rischio di sanguinamento gastro intestinale. Ci sono pazienti che assumono molecole che insieme aumentano il rischio di insufficienza renale (9,5)%. Dà poi problemi una tipo di antidepressivi (cosiddetti triciclici) che possono causare importanti effetti collaterali “cognitivi, cardiaci, neurologici e urinari”. L’Aifa spiega che ci sono poche evidenze “circa le politerapie e le interazioni tra farmaci nella normale pratica clinica”, per questo analizzare il fenomeno è un primo passo per intervenire.

Per evitare l’uso di troppi farmaci bisogna toglierli dalla prescrizione, un’azione possibile solo nell’ambito della cosiddetta “medicina personalizzata”, cioè quella che valuta con attenzione i problemi dei singoli pazienti, che in quanto anziani sono molto complessi. I dati su questo tipo di attività sono pochi ma “nel complesso sottolineano non solo che la deprescrizione farmacologica è possibile, ma addirittura auspicabile laddove la terapia non apporti benefici o comporti dei rischi per il paziente”. Questa strategia in futuro dovrà essere sempre più utilizzata, magari facendo lavorare insieme diverse figure specialistiche.

In media tre farmaci al giorno per anziano

In generale, la media dei farmaci consumati ogni giorno dagli over 65 è 3, con una spesa annua pro capite di circa 660 euro (593 euro al Nord, 759 euro al Sud). Il consumo dei farmaci aumenta con l’età fino agli 84 anni, quando diminuisce (si chiama “healthy survivor effect”).

I più prescritti

Sono i farmaci cardiovascolari, in particolare quelli contro l’ipertensione, che vengono assunti da 8 anziani su 10. Seguono quelli per problemi gastrointestinali e del metabolismo, dagli antibatterici e dai farmaci del sangue ed organi emopoietici. Il colecalciferolo, la vitamina D, è la molecola più utilizzata (circa 4 donne su 10 ne hanno ricevuto almeno una dose), seguita dall’acido acetilsalicilico, usato per la prevenzione cardiovascolare. Nelle donne la prevalenza di farmaci per il trattamento dell’osteoporosi è del 48,4%. Ci sono però 3 anziani su 4 che hanno avuto una frattura vertebrale o di femore che non ricevevano alcun trattamento con farmaci anti-osteoporotici. Sempre le donne hanno una maggiore prevalenza dell’uso di antidepressivi (19,3% contro il 10,6% negli uomini) e di farmaci per la terapia del dolore (17,1% contro 11,5%)

I super anziani

Tra gli ultranovantenni, i farmaci più utilizzati sono gli antipertensivi, gli antiaggreganti, i farmaci per l’ulcera peptica e  gli ipolipemizzanti (contro il colesterolo), “sebbene la prescrizione di alcune categorie dovrebbe essere rivalutata basandosi sul reale rapporto rischio/beneficio in questa popolazione speciale”, scrive l’Aifa.

“Nelle Rsa si usano troppi psicofarmaci”

Il documento analizza anche la situazione nelle residenze per anziani. I farmaci cardiovascolari in queste strutture sono quelli usati più comunemente (36,5% dei consumi). Ma tra i più utilizzati ci sono anche gli psicotropi, come benzodiazepine, antidepressivi e antipsicotropi. “Nonostante la comune presenza di disturbi neuropsichiatrici negli anziani istituzionalizzati, va comunque sottolineato che l’uso si questi farmaci – scrive Aifa – è spesso associato a importanti eventi avversi e quindi inappropriato”.

L’effetto pandemia

Nel 2020, a causa della pandemia si è registrato negli anziani un decremento rispetto al 2019 del consumo degli antibiotici e dei FANS (anti infiammatori), “attribuibile alla riduzione della trasmissione di patologie infettive delle alte e basse vie respiratorie”. Hanno invece subito il più alto incremento gli anti coagulanti. “E’ plausibilmente attribuibile ad aumento delle prescrizioni per eventi tromboembolici legati al Covid. Le nuove prescrizioni hanno subito una contrazione maggiore nelle fasce di età più giovani, in particolare tra chi ha da 65 a 69 anni. Questo dato è probabilmente correlabile al fatto che queste fasce di età sono quelle in cui più comunemente vengono formulate nuove diagnosi di malattie croniche e intrapresi nuovi trattamenti farmacologici”. C’è un decremento nelle fasce di età molto avanzate. “Tuttavia – spiega Aifa – non si può escludere che l’elevata mortalità legata al Covid osservata nella fascia di età degli ultraottantenni possa spiegare questo dato”.

Fonte: Repubblica

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