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È una calda giornata d’agosto quando a Fatima squilla il telefono. A Herat i talebani sono alle porte e per il consiglio di sicurezza cittadino lei potrebbe essere uno dei primi obiettivi. È una donna, di etnia Hazara, una studentessa universitaria che lavora con gli stranieri: è la prima e unica guida turistica femmina dell’Afghanistan. L’invito è chiaro: deve scappare.

“Sono tutto ciò che i talebani odiano, se mi trovano mi ammazzano – dice la 22enne in videochiamata da Kabul, dove è arrivata una settimana fa per cercare rifugio e da cui si prepara presto a partire – Stanno arrivando anche qui. Ho paura e temo per i miei genitori rimasti a Herat. Se scoprono che hanno allevato una figlia come me o li uccidono subito o ne fanno un bersaglio fino a quando non mi consegno”.

L’unica soluzione è lasciare il Paese, dice, magari per raggiungere il Pakistan. “Le cose stavano migliorando qui, anche per le donne. Non avrei mai pensato che sarebbero potuti tornare, che avrebbero potuto influenzare la mia vita e i miei sogni costringendomi ad abbandonare tutto ciò che amo e per cui ho combattuto”.

Cresciuta in un ventennio in cui il potere degli “studenti coranici” era stato relegato a zone circoscritte del Paese, Fatima ha sfruttato quella leggera brezza di cambiamento che stava attraversando l’Afghanistan per rovesciare la sua sorte e quella di altre donne. “Ho lottato contro la mia famiglia per far loro accettare che non mi sarei sposata a 14 anni come avevano fatto le mie sorelle e i miei fratelli, ma che avrei studiato, lavorato e aiutato altre ragazze ad emanciparsi”.

232812957 64fa423d 548a 4642 80db 8a9ac1d5f455 - Fatima, unica guida turistica donna dell'Afghanistan: "I talebani uccideranno le ragazze come me"
Un post di Fatima su Instagram 

La sua prima battaglia già a otto anni, quando, lavorando come pastora nel cuore dell’Hazarajat, patria degli Hazara, l’etnia dagli occhi a mandorla spesso bersaglio degli estremisti islamici, ha imparato di nascosto le lettere dell’alfabeto portando gli animali a pascolare dove i maschi facevano lezione. Ha strappato le nozioni al vento fin quando non si è potuta sedere con gli altri studenti grazie a un accordo che la Croce Rossa aveva fatto con gli abitanti della sua città: “Pacchi alimentari in cambio dell’istruzione delle donne”.

Poi nel 2009 il trasferimento con la famiglia a Herat, dove la povertà le ha precluso l’istruzione fino a quando in città non è arrivata una scuola d’inglese gratuita per rifugiati interni. La stessa che tre anni dopo le ha offerto il primo lavoretto: insegnante d’inglese per 50 dollari al mese. Soldi che le hanno permesso di continuare a studiare e di entrare nella facoltà di giornalismo dell’università di Herat.

La vera svolta però è arrivata con Facebook, dove Fatima aveva iniziato a spiegare la sua città su un gruppo dedicato agli appassionati di viaggio. È così che sono arrivati i primi ingaggi ed è stato poi con il passaparola che sono arrivati gli altri. Nel 2020 infine la chiamata per collaborare con due agenzie di viaggio specializzate in rotte estranee al turismo di massa.

“Quando ho iniziato – racconta – sapevo che sarebbe stata dura. Ho litigato per anni con la mia famiglia prima di riuscire a farle accettare il mio lavoro. Per strada sono stata attaccata verbalmente e fisicamente: parolacce e lanci di pietre. Ma non ho mai perso di vista i miei sogni: fondare la prima agenzia turistica di sole donne, finanziare progetti per l’emancipazione femminile, diventare una giornalista e viaggiare per il mondo. Ora so che dovrò essere ancora più forte: mi sembra un incubo da cui non riesco a svegliarmi, ma voglio rimanere ottimista”.

Il 10 agosto Fatima ha pubblicato un lungo post su Instagram per congedarsi dai suoi follower. “Sono tornati – si legge – non potrò più mostravi le nostre meraviglie. Grazie a chi ha ascoltato la mia voce. Beati voi che non vivete in Afghanistan, che non dovete temere che un talebano vi ammazzi. Continuate a inseguire i vostri sogni e a viaggiare. Se rimarrò viva ci rivedremo alla fine di questo attacco, perché voglio credere che presto avremo la pace”. Firmato: “Una donna afghana destinata a lottare”.

Fonte: Repubblica

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