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KABUL – Kabul, ieri, si è svegliata impaurita. La coda di fronte all’ambasciata iraniana alle prime ore del mattino è già lunga centinaia di metri. L’ambasciata turca, invece, ha comunicato ufficiosamente di aver temporaneamente sospeso l’emissione dei visti. Così come quella pakistana, quella tagika e quella uzbeka. Le code, lunghissime, sono anche di fronte alle banche.

Anche la Farnesina ha attivato il ponte aereo con Kabul. Domani alle 21,30 decollerà dall’areoporto di Kabul il volo dell’Areonautica militare per il rimpatrio degli italiani presenti in Afghanistan, che con una mail cono stati oggi invitati a rientrare in patria: “Le formuliamo l’invito a lasciare il Paese con questo mezzo” si legge nella mail giunta a tutti i connazionali. E il ministro Luigi Di Maio sta seguendo le operazioni in contatto con l’Unita’ di crisi della Farnesina e con la nostra ambasciata a Kabul, mentre anche tutte le altre ambasciate occidentali si stanno svuotando con voli militari inviati dalle diverse capitali. Nei prossimi giorni tutte le sedi di rappresentanza dei paesi dell’Alleanza dovrebbero essere evacuate e potrebbe restare un presidio di alcuni diplomatici solo nell’area dell’areoporto di Kabul. Intanto il ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha voluto rassicurare tutti quegli afghani che in questi anni hanno collaborato, in funzioni amministrative e o come interpreti, alla missione italiana. “C’è un impegno massimo per traportare in Italia chi ha collaborato con noi” ha detto il ministro.
“Credo che sia un dovere morale prima ancora che politico e dovrà essere davvero fattivo ed importante, portato al massimo livello. Sono già giunti in Italia 228 tra collaboratori e loro familiari, si sta lavorando per accelerare il trasferimento di altri collaboratori, interpreti e loro familiari, e in queste ore e’ davvero massimo lo sforzo di tutti per munire di visto questi amici dell’Italia e lasciarli nel nostro Paese perche’ è un dovere”.

Che ne sarà della capitale?

Non si parla d’altro e – contemporaneamente – non si parla affatto. Troppa la preoccupazione, troppa l’incertezza, troppa la frustrazione per un destino apparentemente senza alternative. In coda, di fronte all’ambasciata iraniana, si alternano voci sulle sorti del presidente Ashraf Ghani: “Ha già lasciato il Paese, ieri notte è volato via”. Al mattino le voci davano Ghani per dimissionario, in cambio dell’annuncio da parte dei talebani di un cessate il fuoco di sei mesi che risparmierebbe Kabul dai combattimenti. Alla fine Ashraf Ghani appare, poche ore dopo, in un video dal Palazzo Presidenziale. Un minuto per mostrare alla nazione che non è scappato, almeno non ancora.

La priorità è rimobilitare le forze di sicurezza nazionali afgane e prevenire ulteriori spargimenti di sangue: “So che siete preoccupati per il vostro presente e il vostro futuro ma vi assicuro che il mio obiettivo è prevenire ulteriore instabilità, violenza e sfollamento del mio popolo, e per fare questo ho avviato ampie consultazioni dentro e fuori il governo, con leader politici e partner internazionali. Presto condividerò i risultati con la gente”.

Dentro e fuori. Significa che mentre cerca di rianimare il morale delle truppe, Ghani tratta coi talebani che controllano a oggi 18 dei 34 capoluoghi di provincia. “È tutta colpa di Ghani”, dice qualcuno. “È tutta colpa degli americani”, dicono altri. “Kabul è andata”, dicono tutti. Sanno che anche se si firmasse domani un cessate il fuoco, anche se i talebani mettessero giù le armi e accettassero di partecipare a un governo di unità nazionale, il potere negoziale che hanno acquisito in questi mesi di vittorie militari li renderebbe di fatto i padroni del Paese. Per questo in coda alle ambasciate, in fila negli ospedali, il punto non è più “se” arriveranno ma “quando”.

Anche gli americani si sentono insicuri: ieri sera il presidente Joe Biden ha annunciato che il numero dei marines dispiegati per assistere l’evacuazione degli statunitensi salirà da 3mila a 5mila.E ha minacciato i telebani di una “dura risposta militare” se gli americani saranno toccati.
Ma sono gli afgani a tremare più di tutti. Rahimullah, 35 anni, ha provato a bussare all’ambasciata turca due volte. Le domande sono sospese, per ora. Ha un buon lavoro in una società di costruzioni, un figlio di due anni. Ha sempre mantenuto un basso profilo, non ha niente da nascondere al governo né ai talebani. Con i risparmi che aveva ha costruito una casa, non vuole andare via, ma sua moglie insiste: “Parti almeno tu e lasciaci qui. Ci sono già troppe vedove in Afghanistan”. Riceve una telefonata da una lontana cugina a Mazar-i Sharif, chiede accoglienza per sé e la sua famiglia, è preoccupata e vuole scappare a Kabul perché “a Herat i talebani stanno già impedendo alle giovani di entrare all’università e costringendo le famiglie a consegnare le figlie, anche giovanissime, ai combattenti”. Teme succeda presto anche a Mazar. Poche ore dopo, la città è caduta.

Kabul, come ogni giorno da settimane, si è svegliata mettendo insieme le notizie della notte: si combatteva duramente a Mazar-i Sharif. Il signore della guerra di Herat, Ismail Khan, compare in un video incoraggiato a parlare da un combattente talebano. Lontani i toni epici di chi solo pochi giorni fa aveva promesso di difendere il Paese fino all’ultima goccia di sangue, sostituiti da un invito alla mediazione, alla fine dei combattimenti. Astuto o traditore, è ancora presto per dirlo. Lo diranno i risultati delle negoziazioni che, nell’ombra, stanno attraversando l’Afghanistan. Conseguenza e causa di un’avanzata così veloce, inarginabile e priva di resistenza.

I distretti prima di cadere per paura sono caduti per cooptazione. Ecco perché, spesso, non si è sparato un colpo. La notizia peggiore della notte è da Maidan Shar, capitale della provincia di Wardak, l’ultima porta prima della capitale, Kabul. Le notizie si susseguono imprecise, difficili da verificare. Per alcuni a Maidan Shar le forze speciali hanno combattuto tutta la notte resistendo strenuamente, per altri i talebani hanno preso il governatorato e la stazione di polizia senza sparare un colpo. Come nelle altre 14 province. Solo pochi giorni fa si celebravano i funerali di due soldati uccisi da un agguato notturno dei talebani. Due bare stese in una stanza adiacente alla base delle forze speciali dell’esercito afgano. Una cinquantina di uomini in ginocchio, a pregare.

I due soldati erano stati uccisi insieme ad altri cinque, nove civili e a un numero imprecisato di combattenti talebani. Imprecisato, non verificabile. Come tante notizie che arrivano dal fronte, terreno di narrazioni antagoniste. Perché è evidente che i talebani stiano vincendo non solo sul piano militare ma anche e forse soprattutto su quello della propaganda. Se da un lato le voci degli sfollati che riescono a salvarsi raccontano di esecuzioni sommarie, donne costrette a matrimoni forzati, ragazze già obbligate ad abbandonare gli studi; la faccia presentabile dei talebani, la loro versione-Doha, attraverso i social media invita i miliziani entrati vincitori nelle province a rispettare edifici e cittadini.

Due giorni fa Mullah Yqoob, figlio del fondatore del gruppo, il Mullah Omar, ha diffuso un audio in cui invita i miliziani a rispettare chi si arrende e ordina di proteggere gli uffici pubblici per continuare a prestare servizi alla popolazione. Sembra dire ai cittadini afgani, e alle potenze straniere: lasciate fare a noi. Lasciateci gli uffici, i distretti e le armi. Al resto, alla stabilità, pensiamo noi. Poco importa a quale prezzo.

Solo quattro giorni fa, a Maidan Shar, alle porte di Kabul, nell’ufficio del governatore Lawang Faizan si respirava un misto di euforia e incredulità. Un collaboratore del governatore, che non vuole rivelare il suo nome per ragioni di sicurezza, ha detto che mentre infuriavano i combattimenti i funzionari del distretto avevano già preparato le valigie per la fuga, pronti a lasciare Wardak prima dell’entrata dei talebani. “Invece li abbiamo trovati tutti in ufficio il giorno dopo, ormai i soldati e i dipendenti pubblici stanno con chi vince, questo è l’unico metro della guerra. Salvarsi, non importa come”.

Voci di corridoio dicevano che anche il governatore fosse scappato, nottetempo. La sua versione, nella sontuosa stanza che ospita l’ufficio, era differente. “Non sono solo l’amministratore di questo distretto. Sono anche il capo delle nostre forze armate”, diceva. Poche ore dopo aveva ricevuto il ministro dell’Interno. Era necessario unire l’esercito alle milizie locali, se si voleva tenere la città, diceva. Non è bastato. Ieri mattina a Maidan Shar, trenta chilometri scarsi da Kabul, si sparava casa per casa, i negozi tutti chiusi, i cittadini barricati. Dopo soli tre giorni dal nostro incontro nello sfarzo del suo ufficio, il governatore ha abbandonato la linea del fronte ed il distretto. Qualcuno lo dà nascosto nella base militare, qualcun altro già fuggito a Kabul a preparare l’esilio temporaneo fino al prossimo giro di vite.

Se ne vanno i notabili, si dimettono ministri, i governatori cambiano bandiera, i leader tribali appoggiano i talebani per evitare i combattimenti e proteggere i villaggi. Ghani continua a muoversi su due tavoli, rafforzando l’idea che il governo sia ormai allo sbando e non abbia più un piano per affrontare le perdite sul campo. Se ne vanno tutti, a pochi giorni dalla Festa dell’Indipendenza dell’Afghanistan che ha più le sembianze di un locale 8 settembre.

I soldati non sanno più se resistere o disarmarsi, se combattere o mediare. Né sanno quale sia la catena di comando e chi siano, a terra, i veri traditori. Se gli avversari o il governo pronto a sacrificarli per tutelare i propri interessi e salvarsi la pelle. Intanto, all’aeroporto, le ambasciate occidentali preparano i piani di evacuazione del personale. Gli unici che restano sono i cittadini afgani che non possono scappare: non c’è via d’uscita, dicono tutti, e non c’è un posto dove andare.

©RIPRODUZIONE RISERVATA L’ESPRESSO

Fonte: Repubblica

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