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LONDRA – Boris Johnson ha un piano per il futuro del Regno Unito, e soprattutto per il proprio: battere il record di Margaret Thatcher e restare al potere per un altro decennio, ovvero per un totale di almeno dodici anni. Lo rivelano fonti di Downing Street al Times, affermando che il leader conservatore ha l’ambizione di passare alla storia come il primo ministro più longevo dell’era moderna, superando sia i dieci anni del laburista Tony Blair, sia gli undici e mezzo della “lady di ferro” dei Tories.

Per realizzare l’impresa dovrebbe vincere tre elezioni consecutive, come seppero fare appunto Blair e Thatcher: altre due dopo quelle stravinte da Johnson due anni or sono. In che modo riuscirci? Sostanzialmente, scrive il quotidiano londinese, dando un colpo al cerchio e uno alla botte, cioè da un lato continuando a riflettere l’immagine del populista nazionalista che ha portato alla Brexit e dall’altro virando al centro con una politica di tasse più alte (come quelle introdotte fra non poche polemiche nei giorni scorsi), indebitamento della spesa pubblica, sovvenzioni alle ex-zone rosse de-industrializzate, atipica per il partito della destra britannica, più vicina alla vecchia formula “tassa e spendi” del Labour.

Un colpo da grande equilibrista della politica, su cui incombono due incognite fondamentali. Il primo è come il suo Paese uscirà dalla pandemia del Covid, apparentemente debellata con l’80 per cento della popolazione che ha già ricevuto due dosi di vaccino, ma ancora rischiosa, con decine di migliaia di contagi al giorno: non a caso la settimana prossima il premier annuncerà un piano per affrontare una probabile “ondata invernale” di casi, a base di “passaporti vaccinali” (l’equivalente del Green Pass europeo) e vaccinazioni anche per i minorenni. La seconda è come la Gran Bretagna uscirà dalla Brexit: rafforzata, secondo le promesse dello stesso Johnson nella campagna per il vittorioso referendum del 2016 sull’uscita dall’Unione Europea, o indebolita come sostengono i suoi critici, citando il deficit di merci, i posti di lavoro non riempiti in numerosi settori e le crescenti tensioni in Irlanda del Nord, punto più debole dell’accordo di “divorzio” con la Ue.

Finora la crisi del coronavirus ha parzialmente fatto passare in second’ordine la Brexit, ma se Johnson vuole governare per altri dieci anni dovrà probabilmente fare i conti anche con quest’ultima.

Molto dipenderà, naturalmente, anche da quello che farà l’opposizione: gli ultimi sondaggi segnalano un sorpasso del partito laburista, di nuovo dopo lungo tempo in testa, sia pure di un soffio, 35 a 33 per cento, pare in virtù delle proteste per l’aumento delle imposte deciso da Downing Street anche contro il dissenso di una parte del suo stesso partito. Johnson lo ha descritto come un passo necessario per rispondere alla sfida del Covid dando più risorse alla Sanità e all’assistenza sociale, servizi pubblici tagliati dai suoi predecessori conservatori in un decennio di austerity seguito alla crisi finanziaria del 2008. Ma come nota stamane Jonathan Freedland, commentatore del Guardian, la sua promessa di “livellare” verso l’alto la società, offrendo più aiuti e sussidi alle classi deboli, è in realtà un livellamento “verso il basso”, che colpisce di più proprio i ceti meno abbienti.

Il problema è che Keir Starmer, il leader che ha ereditato la guida del Labour dopo la disastrosa sconfitta alle urne subita da Jeremy Corbyn nel 2019, non ha ancora convinto tutti sulla sua visione politica e sul suo carisma. Una alleanza elettorale con liberaldemocratici, verdi e altre forze darebbe forse ai laburisti una chance in più.

Per restare al governo altri dieci anni, ossia fino al 2031, per un totale di dodici anni, tre mandati elettorali, Boris Johnson dovrà certamente affrontare anche altre prove, al momento imprevedibili. Qualche osservatore ritiene peraltro che l’avversario più pericoloso ce lo abbia in casa, nelle vesti del ministro delle Finanze Rishi Sunak, ex-banchiere di origine indiana, sposato con la figlia di un miliardario di Nuova Delhi, giudicato da molti come il miglior cervello dei Tories e anche lui piuttosto ambizioso: un diffuso gossip sostiene che non veda l’ora di soffiare il posto a un capo spesso pasticcione e imbarazzante, per occupare lui il 10 di Downing Street e diventare così il primo premier anglo-indiano della storia britannica. I contrasti fra i due non mancano, anche perché Sunak si preoccupa del futuro a lungo termine, per cui non vuole indebitare troppo le casse dello Stato, mentre Johnson si preoccupa in particolare del proprio futuro, disposto a spendere, indebitarsi, fare qualunque cosa, pur di essere rieletto altre due volte: al passivo ci pensi chi verrà dopo di lui. Perciò fra i suoi consiglieri circola il suggerimento di scaricare Sunak, togliendogli il prestigioso incarico di Cancelliere dello Scacchiere, così si chiama qui il responsabile del Tesoro, prima che sia troppo tardi. 

Il dualismo tra il 10 e l’11 di Downing Street, gli indirizzi di premier e ministro delle Finanze, è un classico della politica di Londra: ne sa qualcosa Tony Blair. Se Gordon Brown non avesse spinto per farlo dimettere, sfruttando le controversie sulla guerra in Iraq, forse Blair avrebbe completato il terzo mandato e sarebbe stato magari eletto una quarta volta, battendo lui il record della Thatcher ed evitando al Regno Unito la Brexit. Ma la storia non si fa con i se.   

Fonte: Repubblica

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