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LONDRA Non è una Pasqua allegra per Keir Starmer. Insieme alla ricorrenza religiosa, il 58enne leader laburista celebra  il primo anno alla guida di un partito all’opposizione dal 2010, ma ha ben poco da festeggiare. Sul piano della fede, perché in casa sua si segue la religione della moglie, che ha già osservato Pesach, la Pasqua ebraica, due settimane fa. E sul piano politico, perché i sondaggi lo danno in declino, il suo partito lo contesta e qualche giornale ipotizza addirittura che potrebbe venire sfiduciato prima delle prossime elezioni, previste per il 2024. Non è detto che andrà a finire così e potrebbe avere occasioni di riabilitarsi, ma di certo non è questa la traiettoria che molti prevedevano dodici mesi or sono, a cominciare da lui stesso. 

“Un uomo serio per tempi seri”: presentato così dai media inglesi, un anno fa Starmer era infatti diventato leader del Labour fra grandi aspettative. Che lui fosse serio, non c’erano dubbi: avvocato specializzato in diritti umani e poi inflessibile procuratore capo nella lotta al crimine e al terrorismo (per questo la regina Elisabetta lo ha nominato “sir”, cavaliere), appariva preciso, determinato e concreto nei primi duelli verbali in parlamento con Boris Johnson, noto più per le sue gaffes che per la chiarezza. E che fossero seri i tempi lo stava dimostrando la pandemia, creando qui come altrove la crisi più grave dalla Seconda guerra mondiale, a cui nel Regno Unito si aggiungevano le insidie del dopo Brexit. Il primo ministro non sembrava all’altezza del compito. La Gran Bretagna stava imboccando la spirale che l’avrebbe portata ad avere più contagi e più vittime di ogni altro Paese d’Europa. Era Johnson, un anno fa, a sentire traballare la propria poltrona; e Starmer poteva pensare che presto o tardi gliela avrebbe sottratta. 

Dopo quattro anni di Jeremy Corbyn, culminati in due sconfitte elettorali, la seconda – nel dicembre 2019 – destinata a rimanere negli archivi come la peggiore degli ultimi 90 anni, il partito laburista sperava di avere trovato l’uomo giusto per il riscatto. Pragmatico, ma non necessariamente blairiano, progressista, ma certo non corbyniano, il nuovo leader prometteva di unire il partito, presentare un credibile programma di governo e fare dimenticare la macchia delle accuse di antisemitismo che aveva contribuito al fallimento del suo predecessore. In novembre, l’elezione alla Casa Bianca di un presidente riformista come Joe Biden dava l’impressione che potesse rinascere un asse di centro-sinistra fra Washington e Londra, dopo gli anni del trumpismo. E i sondaggi d’opinione confermavano per Starmer un ottimo gradimento popolare. 

Nel giugno scorso, il rilevamento dell’istituto Ipsos Mori gli assegnava un indice di +31 per cento, il più alto raggiunto da un capo dell’opposizione britannico da quando la società ha iniziato a raccogliere statistiche di questo genere nel 1970. In ottobre l’indice era sceso a un ancora rispettabile +15. Ma adesso è andato in negativo, a -9, e altri sondaggi danno il partito conservatore di nuovo in testa, dopo avere inseguito il Labour per buona parte della prima fase della pandemia.

Proprio la lotta al Covid-19 spiega in parte il calo di consensi nei confronti di Starmer. Il premier Johnson ha sbagliato molto fino all’autunno nell’affrontare il coronavirus, ma poi ha indovinato tutto nella campagna di vaccinazione, dando a questo paese il primato europeo nel maggior numero di inoculazioni. Il ritorno alla normalità è già iniziato e, se la tabella di marcia verrà rispettata, sarà completo in giugno con la fine delle restrizioni del lockdown. Una carta che ha permesso al leader dei Tories di riabilitarsi e ha messo in difficoltà Starmer. 

La pandemia non è tuttavia il suolo problema del capo del Labour. La fermezza con cui si è mosso contro l’antisemitismo, arrivando a sospendere dal partito Corbyn, gli ha inimicato l’ala più radicale. Un’iniziativa per sottolineare il patriottismo come uno dei valori fondanti del Labour, pur necessaria per riconquistare elettori che si erano allontanati considerando Corbyn poco patriottico, gli ha reso difficile criticare il partito conservatore che esprime valori analoghi. Peter Mandelson, ex-guru di Tony Blair, chiamato da Starmer a dare consigli dietro le quinte, lo ha criticato per la mancanza di un programma e di una visione del futuro. I suoi deputati sono divisi fra chi vorrebbe evitare le divisioni interne e chi vorrebbe spazzare via definitivamente ogni retaggio dell’era Corbyn. E per quanto a volte la sua esperienza di avvocato e procuratore gli permetta di assestare qualche colpo nei duelli del mercoledì alla camera dei Comuni, Starmer esibisce una lacuna che era nota anche prima che diventasse leader: una evidente mancanza di carisma. Non è certamente, da questo punto di vista, un nuovo Blair. Forse non è nemmeno in grado di competere con Johnson. 

Per tutte queste ragioni nel sabato di Pasqua il Times rivela crescenti dissensi fra Starmer e Angela Rayner, vice-leader laburista, predicendo che, se il Labour andrà male nelle elezioni amministrative e nell’elezione suppletiva di maggio, potrebbe addirittura partire una manovra per sfiduciarlo e sostituirlo con qualcun altro. Già, ma con chi? Nelle primarie del partito per la successione a Corbyn, un anno fa, nessun personaggio di calibro era emerso tranne sir Keir. E i sondaggisti, per consolarlo, ricordano che anche David Cameron, un anno dopo essere diventato leader dell’opposizione, aveva sofferto un crollo nei consensi: eppure, passati altri due anni, è diventato primo ministro, riportando al potere i conservatori dopo tredici lunghi anni di governo laburista. Adesso a essere da molto tempo all’opposizione è il Labour: da undici anni per l’esattezza. In politica le cose cambiamo in fretta e la stella di Starmer potrebbe di nuovo brillare da qui alle elezioni del 2024. Ma il bilancio del suo primo compleanno da leader è denso di incognite.  

Fonte: Repubblica

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