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FLINT (Michigan) – “Men at work“, lavori in corso. È un reticolo di cantieri, Mott Park, il quartiere di villette a schiera disegnato nel 1920 come una sorta di paradiso dei lavoratori e oggi l’area più malandata di quella un tempo chiamata “Vehicle City“. La città dove nel 1908 nacque General Motors, ora Pompei dell’auto: impoverita dalla repentina chiusura di molti stabilimenti a fine anni 80 e poi travolta dalla tragedia delle sue acque contaminate dal piombo nel 2014.

Thomas Street è un lungo solco appena rattoppato. Nolen Drive è scossa dai colpi di una scavatrice. E Marquette Street, di notte la strada più pericolosa di questa cittadina di appena 96mila abitanti, eppure nona più violenta d’America, un gruppo di operai armeggia in un buco che li contiene fino al petto. Qui a partire dal 2016 sono state ispezionate 26.819 condutture e già 9.941 tubi di piombo, potenzialmente tossici, sono stati rimpiazzati. L’erculeo obiettivo è cambiarli tutti: “Una vera sfida”, ti dice il sovrintendente dei lavori Harold Harrington. “Le tubature sono lì da 100 anni, antecedenti a quelle di gas, luce e fibra ottica, e strangolate dalle radici degli alberi. Mancano le mappe e stabilire quali siano in piombo è una scommessa. Finiremo, forse, la prossima estate”. A fianco a lui un collega che non vuol dire il nome mugugna: “Servirà a poco. Dopo anni di bugie la gente non si fida. Non torneranno a bere l’acqua del rubinetto nemmeno quando avremo finito”.

Una maledizione da film

Che storia, quella di Flint. Sembra un film: come quello girato dal regista Anthony Baxter, cinque anni in queste strade sempre con la cinepresa in mano. Il suo documentario Flint: Who Can You Trust? doveva approdare nei cinema il 29 ottobre. Ma la voce narrante appartiene ad Alec Baldwin, l’attore in disgrazia dopo aver involontariamente ucciso con una pistola di scena una collega sul set del film Rust. E ora l’uscita del doc è rinviata a data da destinarsi. Una maledizione. Come quella che ancora sembra gravare sulla città.

È il 25 aprile 2014 quando, per risparmiare 5 milioni di dollari l’anno e senza consultare gli amministratori locali, l’allora governatore repubblicano Rick Snyder decide di sostituire alle acque pure dal lago Heron, fornite attraverso le condutture di Detroit, quelle del fiume Flint usate 50 anni prima. “Una catastrofe annunciata: in mezzo secolo ci avevano scaricato di tutto” spiega Harrington. Nonostante il parere contrario dei tecnici, si riavvia la Flint Water Plant – riconoscibile dalla torre d’acqua dipinta di bianco al 4500 Dort Hwy – senza sanificarne gli impianti. Tanto che il primo a lanciare l’allarme è un caposquadra dell’azienda, Matt McFarland. Chiede alla sorella di mandare sms a chiunque: “L’acqua è tossica”. Se ne accorgono comunque tutti. Dai rubinetti esce un liquido torbido, puzzolente, amaro, che brucia la pelle. Una bomba chimica che corrode le vecchie tubature di piombo riversandone particelle nell’acqua. E scatena – si scoprirà solo dopo – un’epidemia di legionella, batterio dei luoghi umidi capace di provocare polmoniti fulminanti (12 le vittime ufficiali, almeno 100 secondo un’inchiesta di Pbs).

Quando Obama bevve l’acqua

Gli abitanti protestano: ma per 18 mesi nessuno fa nulla. Intanto l’acqua, usata nell’impianto di General Motors, danneggia pure i motori delle auto nuove: tanto che già a ottobre 2014 alla fabbrica viene permesso di riallacciarsi alla vecchia fonte. L’inchiesta parte a fine 2015, ma il lavoro degli esperti è rallentato con ogni mezzo, mentre i fondi ottenuti dal governo centrale si usano per distribuire inutili filtri. A maggio 2016 arriva pure Barack Obama. Beve pubblicamente l’acqua di Flint: “Va tutto bene”, assicura, staccando un assegno da 10 milioni di dollari. Ma non è così. Le cose cambiano davvero solo nel 2019: quando diventa governatrice la dem Gretchen Whitmer (quella che un gruppo di miliziani voleva rapire un anno fa per “punirla” del lockdown durante la pandemia). Partono nuovi lavori. E nuove indagini che portano all’incriminazione di Snyder.

Dopo sette anni di lotte i cittadini di Flint  – la città del regista Michael Moore che ne ha raccontato il declino industriale in Roger & Me (1989) e Fahrenheit 9/11 (2004) – almeno una vittoria l’hanno ora ottenuta: pochi giorni fa un giudice federale gli ha accordato un risarcimento da 626 milioni di dollari. Intesa sottoscritta da 81mila dei 96mila abitanti, afro-americani nel 53 per cento dei casi. “Un cerotto su una ferita aperta. Non basteranno a far rinascere la città”, lo boccia LuLu Brezzell, mamma di Amariyanna “Mari” Copeny, 14 anni, qui nota come Little Miss Flint perché si batte per i suoi coetanei da quando ne aveva 7. “Siamo il simbolo della diseguaglianza razziale del Paese. Sono sempre le comunità più povere a pagare l’inefficienza pubblica”, scuote la testa Nena Woodall presidentessa della Mott Park Neighborhood Association, l’associazione di quartiere che si è battuta per gli indennizzi. “Ne beneficeranno soprattutto i giovani: l’80 per cento della somma va ai 20mila esposti al piombo quando avevano meno di 18 anni e per questo soffrono di disordini neurologici e difficoltà di apprendimento”.

Il coraggio di una pediatra

D’altronde fu proprio una pediatra, Mona Hanna-Attisha, 44 anni  – figlia di dissidenti fuggiti dall’Iraq di Saddam  – a svelare la verità sui danni dell’acqua avvelenata. Si accorse che le autorità locali falsificavano i dati sul tasso di piombo nel sangue dei bimbi ammalati. E svelò i numeri reali in una clamorosa conferenza stampa il 24 settembre 2015, costringendo, due settimane dopo, ad avviare le indagini. “Autismo, dislessia, disordini mentali sono all’ordine del giorno qui. Ne soffre il 70 per cento dei bambini esposti”, racconta. “Per loro è stato creato un centro neurologico costato 3 milioni di dollari”. 

Intanto ogni mercoledì un serpentone di auto fin dall’alba si dipana dalla chiesa battista Greater Holy Temple al 6702 di N Dort Hwy. In tanti si mettono ancora in fila per avere casse d’acqua gratuite, frutto di donazioni arrivate da tutta l’America. Sandra, moglie del pastore Roger Jones, dirige la distribuzione: “Diamo 36mila bottiglie a settimana, quattro casse a circa 1.500 famiglie. La usano per tutto: dai piatti ai denti. Eppure l’acqua è un diritto, nessuno dovrebbe fare una fila di 5 ore per averla”.

Il piano di Biden

Lo sa bene il presidente Joe Biden, che ha visitato Flint  – dove alla fine la crisi idrica costerà un miliardo di dollari allo Stato del Michigan e 100 milioni a quello federale – più di qualunque altra città d’America. E infatti, nel suo piano infrastrutture appena approvato, 45 miliardi sono destinati proprio al rinnovo della rete idrica americana. Crisi simili, sebbene meno clamorose, si stanno già verificando. Avvelenamenti si registrano a Newark, New Jersey; Lowndes, Alabama; Martin, Kentucky. E la lista è lunga. “Conosciamo i danni alla salute provocati dal piombo” dice Mona Hanna-Attisha. “Eppure qui in America è la cannuccia attraverso cui beviamo”. Fino alla prossima Flint.

Fonte: Repubblica

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