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Calmasino di Bardolino (Verona) – Bella, e impossibile. Alta, bionda, una ragazza che camminava serena incontro alla vita, poi è arrivato l’uomo del piano di sotto. “Mi sono arrampicato sul suo balcone”, e se davvero è andata così, bisogna pensare a questa specie di scimmia cattiva che vuole sorprendere, violentare, prendersi la vicina di casa che gli diceva solo ciao, mai niente più. “Ho avuto un raptus”, dopo dicono tutti così. “Le ho solo dato una spinta”, lei è caduta, e svenuta, e così è finita la breve vertigine in cui era precipitata di colpo.

Qualche ora più tardi, un medico legale ha esaminato il cadavere di Chiara Ugolini, riscontrando che il cranio era intatto, solo quel poco di sangue dalla bocca, e uno straccio da cucina, che puzzava di candeggina, ficcato tra i denti. “Non volevo che parlasse”, ha poi detto lui, che raccontasse l’agguato, il tentativo di stupro. Il liquido ha fatto il suo lavoro, ha rovinato e corroso, quasi impossibile che sopravvivesse.

Non è per amore dei particolari macabri che si scrivono certe cose, ma queste storie vanno capite bene, soprattutto se poi l’omicida cerca di sminuire la cosa, cercando di scampare all’ergastolo. Così stanno facendo i carabinieri del nucleo investigativo di Verona, che domenica sera sono arrivati nell’appartamento dove viveva una coppia felice: Chiara e Daniel, 26 anni lei, 28 lui. Volevano sposarsi, ma prima c’era da finire la casa a Lazise, rimasta ferma per mesi durante il lockdown, ora i lavori erano ripartiti, nel frattempo vivevano in affitto all’ingresso del paese, Calmasino di Bardolino.

Dalla piazza si vede il lago di Garda, da qui no, solo un gran traffico di camper e roulotte, la fiumana dei turisti tedeschi che ama questa pace, l’acqua che scintilla al tramonto, gli ulivi, i cipressi. Anche Chiara amava questi posti, e per quanto la casa di Calmasino fosse provvisoria, lei sul balcone aveva le rose rosse, un vaso di fragole, la pianta di peperoncini, il tavolino e due sedie bianche, e l’edera, il rosmarino. Tutto è rimasto così, se ci si sporge un po’ dal pianerottolo delle scale si vedono bene gli avanzi di questa vita felice.

La mamma diceva sempre agli amici che la sua era una figlia perfetta, “ci manca tanto, ma è giusto che faccia la sua vita con Daniel”. Era una ragazza tranquilla, laureata in Scienze politiche a Padova, però lavorava nel negozio di abbigliamento e scarpe del futuro suocero, nel centro storico di Garda, a un quarto d’ora da casa. Su e giù, tutti i giorni, anche domenica scorsa, perché questa è la stagione d’oro, i paesi, gli alberghi e i campeggi scoppiano di turisti. Ieri il negozio era illuminato ma chiuso, la gente che provava a entrare ma niente, era chiuso.

“Chiara voleva solo sposarsi, aveva trovato l’amore, beata lei”, dice una sua amica della pallavolo, perché era anche una sportiva, e allenava una squadretta di bambini a Palazzolo di Sona. Nessuna distrazione, aveva le idee chiare, era di fatto già entrata nella famiglia Bongiovanni, il cantiere della casa nuova era a buon punto, c’era solo da aspettare ancora un po’.

Daniel l’ha salutata su Instagram, “tu sei e resterai per sempre la mia metà, la parte che mi completa, la mia ragione di vivere…”, un messaggio desolato, definitivo.

“Io a quelli avevo tolto il saluto da tempo”, racconta la vicina di casa. La signora Clara ha 77 anni, e non sopportava “l’assassino, uno volgare, prepotente, uno che si sentiva il padrone del condominio”. Emanuele Impellizzeri, 38 anni, carrozziere, pregiudicato. Già rapinatore, poi carcerato, ora in messa alla prova, obbligo di restare in casa dalle 22 alle 6 del mattino. Una compagna e una bambina di 7 anni, la vicina si dispiace per lei, “una innocente, un giorno verrà a sapere che suo padre ha ucciso”.

Clara era in casa, nel condominio di soli tre appartamenti. Al primo piano Impellizzeri, al secondo lei, e di fianco Daniel e Chiara. “Chiara era diffidente, se qualcuno suonava alla porta chiedeva sempre chi era. Non apriva facilmente, era una con la testa sul collo”. La ragazza sapeva che quello del piano di sotto era finito in galera, e anche il perché. Lo aveva letto sul giornale, aveva avvisato la vicina. Poi, c’era la storia del cane. “Quello aveva un cagnetto, che teneva sempre chiuso sul balcone. L’anno scorso erano andati al mare due giorni, l’avevano lasciato sotto il sole, poverino. Gli abbiamo buttato da mangiare”.

E anche Chiara ogni tanto aveva un cagnolino bianco, che veramente era di sua madre. Domenica i genitori lo avevano lasciato a un’amica perché dovevano andare a Padova, lei era passato a prenderlo, e l’amica le aveva anche regalato un piatto di fichi appena raccolti. Così, finito il turno del mattino in negozio, Chiara è tornata a casa, una doccia e un po’ di riposo, alle 18 sarebbe tornata a Garda, alle 22 avrebbe chiuso e sarebbe ritornata a casa per cena, il tran tran della sua vita regolare. Poi è iniziata la vertigine.

Ha parcheggiato la sua Citroen rossa in cortile, ed è ancora lì, nessuno ha avuto il coraggio di spostarla, dentro ci sono gli occhiali, un costume da bagno azzurro, una giacca sportiva. Con il cane, e i fichi, e le chiavi in mano, è salita per le scale, è entrata in casa. Si è fatta una doccia, si è rivestita, gli slip, un top a coprire il reggiseno. Magari ha anche dato da mangiare al cane, in cucina.

Qui è stata sorpresa, accanto al bancone dove lei e Daniel cenavano. “Mi sono arrampicato fino al suo terrazzino”, ha poi detto lui ai poliziotti che per primi lo hanno interrogato, dopo la fuga verso Firenze. “Avevo capito che era in casa, la finestra era aperta”. La ragazza lo ha graffiato in faccia e sul collo, forse ha urlato, forse il cane ha abbaiato, “ma io non ho sentito niente, nel cortile delle case vicine c’era una festa di bambini…”, dice Clara.

Lui le ha ficcato uno straccio in bocca, aveva paura delle urla. Lei era tramortita, lui le ha versato la candeggina in bocca, lei è morta, lui è scappato, la vertigine di Chiara è finita così.

Fonte: Repubblica

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