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214924754 2214c583 661e 4bbf b2c3 700b70af5ac3 - Il politico e il duca nell'era del #MeToo

“Si fa campagna elettorale in poesia, si governa in prosa”, diceva Mario Cuomo, con una battuta diventata un assioma della politica, non solo americana. Ma quale stile sarebbe più adatto, i versi o la narrativa, per descrivere il doppio scandalo di abusi sessuali che ieri ha accomunato suo figlio Andrew con il principe Andrea, sulle opposte sponde dell’Atlantico?

A parte lo stesso nome di battesimo, i due non potrebbero essere più diversi: uno, il governatore di New York, celebrato come l’alternativa saggia a Donald Trump durante la prima fase della pandemia negli Stati Uniti e a lungo considerato, come del resto fu il padre (detto l’Amleto dell’Hudson per la sua indecisione a candidarsi), un potenziale aspirante alla Casa Bianca: l’altro, il terzogenito della regina Elisabetta, da sempre la pecora nera della famiglia reale britannica, invischiato in casi di corruzione, golpe falliti, relazioni inappropriate.

Eppure le dimissioni di Cuomo junior dopo innumerevoli accuse di violenze sessuali e la citazione in giudizio negli Usa contro il duca di York da parte di Virginia Giuffré Roberts, la “schiava del sesso” del suo amico Jeffrey Epstein, il miliardario morto suicida in carcere, vedono entrambi cadere sotto la mannaia del #MeToo, la rivolta contro gli uomini potenti che si approfittano delle donne.

Cuomo senior, scomparso nel 2015, resterebbe inorridito davanti al comportamento e alla sorte di Andrew. Simile orrore prova probabilmente Elisabetta II, di fronte alla voragine che si apre sotto i piedi del principe.

Per i due Andrea vale la medesima massima, lirica e drammatica, dal Re Lear di Shakespeare: “Finché possiamo dire, ‘questo è il peggio’, vuol dire che il peggio può ancora venire”. E adesso è arrivato, a New York come a Londra.

Fonte: Repubblica

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