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222102433 1817be3a ae9f 42bd 9448 d588dcd380ee - Il presidente dei rettori Resta: “Rispetto per le idee di Barbero, ma l’università vuole ripartire”

ROMA – Saranno pure seicento, ordinari d’università, associati, dottorandi e docenti di Conservatorio, ma restano l’uno per cento di “tutti noi corpo docente dell’università italiana”. Ferruccio Resta, già guida del Politecnico di Milano, oggi presidente della Conferenza dei rettori italiani, esprime rispetto per le posizioni “di libertà” dei firmatari dell’appello contro il Green Pass obbligatorio negli atenei del Paese – “i segnali di disagio non vanno mai sottovalutati, sul’argomento vaccinazioni i dissidi ci sono in tutto il Paese” -, ma subito dopo dice: “I colleghi devono lasciare in un angolo la propria libertà e i propri egoismi per la responsabilità che abbiamo tutti verso gli studenti, il motivo per cui facciamo questo mestiere”. La preoccupazione principale “deve andare a un milione e seicentomila universitari che ci stanno rivolgendo, loro sì, un silenzioso appello: “Vogliamo tornare in presenza”. Per uno studente l’università è relazione e confronto. Vogliono tornare ad avere un rapporto con i coetanei, crescere sul piano personale prima che professionale. Abbiamo interrotto per diciotto mesi un percorso di sapere e di comunità, i rischi per il futuro sono molti. Dobbiamo concentrarci su questo, aprire l’università e restituirle la sua normalità. La maggior parte degli insegnanti, decine di migliaia, oggi sono in aula a fare esami”.

Negli atenei italiani, a differenza della scuola, tutti possono entrare solo con il certificato verde: professori, studenti, ricercatori, amministrativi. I docenti che non lo avranno, non faranno lezione. E al quinto giorno di lezione mancata vedranno lo stipendio interrotto. “Sul Green Pass obbligatorio siamo determinati, e questo non vuol certo dire vivere in uno stato di polizia”.

Il rettore dell’Università del Piemonte Orientale, Gian Carlo Avanzi, direttore del Pronto soccorso di Novara, prende le distanze dal professor Alessandro Barbero, “nostro preziosissimo docente che insieme ad altri sei strutturati ha firmato l’appello”. La loro opinione “non deve essere confusa con quella della stragrande maggioranza dei docenti, degli studenti, del personale tecnico-amministrativo dell’Università del Piemonte Orientale, favorevole al Green Pass”. Duro è Francesco Ferrante, pro rettore a Cassino: “In una situazione come questa l’appello può essere strumentalmente usato dai no vax e usare la parola discriminazione è sbagliato e pericoloso. Le persone che non si sono vaccinate, a causa del loro comportamento aumentano la possibilità di contagio nella società. Se il professor Barbero è d’accordo sul rimedio contro il Covid, poi non si può attaccare allo strumento Green Pass, più efficace e meno impattante dell’obbligo vaccinale. Usa sofismi mediocri e richiami a principi costituzionali fuori luogo: la Costituzione prevede un bilanciamento dell’interesse pubblico e privato che, in situazioni come una pandemia, va a favore del pubblico. Se dessimo retta a queste posizioni finiremmo come il Brasile”.

Il rettore di Roma Tre, Luca Pietromarchi, citando il filoso Alain dice: “La mia libertà finisce dove inizia quella degli altri. Chi vuole rifiutare l’obbligatorietà del Green Pass è obbligato a pagarne le conseguenze previste dalla legge a tutela della salute, che poi è libertà, di tutti”.

La “stragrande maggioranza” degli accademici è in queste quattro voci rappresentata. Poi c’è lo storico Franco Cardini. Lui si dice “perfettamente d’accordo con Barbero”. Spiega: “Contrariamente a quello che afferma il presidente della Repubblica, uno Stato di diritto usa una legge, non una certificazione, per rendere un comportamento obbligatorio”.

Fonte: Repubblica

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