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Per molti newyorchesi Giovanna “Gennie” Gambale è stato il volto degli attentati dell’11 settembre. Il suo sorriso felice brillava sui muri sul volantino che ne annunciava la scomparsa, accanto alla scritta “We need your help”, a un numero di telefono e ad alcune informazioni utili per riconoscerla. Uno scrittore, sul Guardian, sostiene che fu il primo volantino di quel giorno. Il giornalista George Packer ha scritto pochi giorni fa su The Atlantic che «la luce del suo sorriso rivelava l’enormità di quel crimine». E tanti online ancora la ricordano: «Come ogni anno ti penso in questo giorno», le ha scritto una ragazza olandese, mentre una compagna di liceo ricorda di aver frequentato con lei tre corsi, tra cui quello di American Dream.

Gennie Gambale lavorava al 105esimo piano della Torre Nord, che fu la prima ad essere colpita (l’AA11 entrò tra il 93° e il 99° piano, dunque Gennie morì della morte più atroce, intrappolata per 102 minuti fino al crollo della Torre). Aveva 27 anni, era pazza dei Mets e abitava a Carroll Gardens, un quartiere di Brooklyn dalle forti radici italoamericane. Era vicepresidente della eSpeed, piattaforma di trading della Cantor Fitzgerald, società che l’11 settembre perse 685 dipendenti, due terzi della sua forza lavoro. Due settimane dopo, una poliziotta, peraltro madre di una sua amica, ritrovò il suo portafoglio sul tetto dell’adiacente Marriott Hotel: conteneva carte di credito, monete, una tessera della biblioteca e una di Banana Republic (gli oggetti sono ora esposti al 9/11 Memorial & Museum di New York).  

Gennie aveva una sorella, Antonia, di due anni più piccola. Anche lei lavorava al World Trade Center, ma al quinto piano di un palazzo tra le due Torri, il numero 4. E per questo riuscì a fuggire e si salvò. Abbiamo rintracciato Antonia per farci raccontare la loro storia. Che ha ovvie radici italiane: i suoi nonni materni erano siciliani di Lipari e Marineo, quelli paterni provenivano da Montemarano, Avellino. 

Quali ricordi le sono rimasti di quel giorno?
«Ricordo il cielo blu di cui parlano tanti. Il boato degli aerei. Cosa indossavo esattamente, incluse le scarpe perse fuggendo. E le urla lungo il ponte di Brooklyn, il senso di impotenza, che vomitai appena tornata a casa, e poi l’odore del fumo e i detriti quando mi lavai i capelli».

Ci racconti la storia dei manifesti di Gennie. Erano davvero così tanti? Perché colpirono?
«Li attaccarono per la città amici e familiari. La sera dell’11 settembre venimmo informati che mia sorella era in un ospedale, gravemente bruciata. Non riuscivamo a localizzarla e solo più tardi capimmo che si era trattato di un errore. Ma in quelle ore di speranza e ricerca tappezzammo la città con i suoi volantini. Furono tra i primi e finirono anche sulla prima pagina del New York Times. Tanti li ricordano, penso per il sorriso di Gennie, che faceva realizzare come una persona così ‘felice’ e dall’aspetto ‘normale’ potesse essere morta in modo talmente tragico. Per i tanti che non avevano un legame personale con le vittime, Gennie lo creò».  

Com’era sua sorella?
«Era generosa, attiva nel volontariato senza farlo sapere. Damigella d’onore di tante sue amiche. Da piccole condividevamo la stanza, da grandi facevamo shopping insieme e guardavamo il baseball. Pochi mesi prima dell’11 settembre andammo insieme in Florida dai nonni. Sull’aereo, al ritorno, sollevai il bracciolo e mi appoggiai a lei per darle fastidio. Ma lei si mise a ridere, e quella piccola complicità tra sorelle mi fa sorridere ancora oggi».

Che cosa prova oggi?
«Mi sento in pace. So che le cose terribili succedono e non penso di essere così speciale che la vita non dovesse risparmiarmi le sue tragedie. Chiaramente ho ancora momenti di risentimento, rabbia e tristezza, ma penso anche alle centinaia di persone che ogni notte si riunivano davanti alla casa dei miei genitori per pregare e sostenere la famiglia. Lasciavano fiori e regali. C’erano anche perfetti sconosciuti. Mi aiuta pensare quante persone Gennie abbia toccato, in vita e in morte, e come sopravviva almeno nel ricordo». 

Lei si è poi trasferita nel Connecticut. È mai andata al memoriale di New York?
«Solo una volta. Il portafoglio carbonizzato di mia sorella è diventato parte permanente del museo. Ci tornerò presto con i miei tre bambini, che della zia hanno solo sentito parlare. Da allora l’America e il mondo sono molto cambiati, ma non so se in meglio. Non mi sembra fossimo così divisi come lo siamo ora su ogni cosa. E forse tutto è iniziato proprio dopo l’11 settembre».

Fonte: Repubblica

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