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Quando aveva 12 anni e pesava 90 chili gli amici lo sfottevano chiamandolo “il sindaco” a causa della stazza. Lui si azzuffava, rompeva alveari per grattar via il miele e rubava i manghi nelle campagne accanto alla sua fattoria fuori Khandra, villaggio nello Stato dell’Haryana, 100 km a nord di Delhi. Preoccupato dal sovrappeso, il padre lo costrinse a iscriversi in palestra. Ci doveva andare in bici per 24 km, andata e ritorno. Un giorno vide un campione di giavellotto che si allenava. Chiese di provare e raggiunse i 40 metri al primo tentativo. Si capì che aveva stoffa. Così è nato il campione Neeraj Chopra che sta mandando in estasi l’India in questi giorni perché ha vinto la prima medaglia d’oro nell’atletica indiana nella lunga storia delle Olimpiadi, con un lancio da 86,47 metri.

Ci sono voluti 121 anni per far vincere a una nazione così popolosa una medaglia d’oro nella categoria nota come “la regina delle Olimpiadi.”  È una storia da sogno. Il contadinello sovrappeso che amava i dolci diventa leggenda. Ad accoglierlo a casa, il campione di 23 anni troverà non solo una sfarzosa festa, ma oltre agli allori, veri ori: lo stato dell’Haryana lo premia con 700 mila euro; il Punjab gliene dà 130 mila; il Manipur 115 mila, come anche la banca BCCI; un riccone gli regala un Suv e la linea aerea Indigo lo farà volare gratis tutto l’anno.

Prima di lui, nel 2008, l’unico altro oro in una disciplina individuale olimpionica la vinse Abhinav Bindra nel tiro al bersaglio da 10 metri. “Questo è l’inizio di una nuova era nello sport indiano,” dice oggi Bindra. Ma ammette che vinse non grazie alle infrastrutture statali o le federazioni, ma perché suo padre, nell’abbiente Chandigarh, gli costruì un poligono di tiro, una palestra e una piscina. Ecco spiegato perché, con gli investimenti di famiglia, l’India riuscì a creare il suo primo campione olimpionico.

Difatti la seconda più popolosa nazione sulla Terra, e la quinta potenza industriale al mondo, nonostante la crescita economica notevole degli ultimi 30 anni, e nonostante abbia spedito a Tokyo la squadra più numerosa e giovane, con 127 atleti, resta un mistero in quanto ad incapacità di conquistare medaglie olimpioniche. Dal 1900 ad oggi ha intascato appena 10 medaglie d’oro (di cui otto con le squadre di hockey maschile su prato, che dal 1980 non vincono più un oro), per un totale, in 36 olimpiadi, di appena 35 medaglie (sette di più di quante non abbia accumulato il nuotatore americano Michael Phelps nella sua carriera). È il peggiore tasso di medaglie per popolazione al mondo, con un 47esimo posto conquistato a fatica oggi, in compagnia di Paesi come la Romania, il Venezuela e Hong Kong.

Le ragioni sono tante. Manca un collegamento tra sport e orgoglio nazionalista come in Cina, Paesi del blocco ex-Sovietico e Stati Uniti. Manca un progetto di Stato con un obiettivo di medaglie puntando su discipline meno affollate, come il “progetto 119” di Pechino. Manca un contesto socioeconomico adatto ad affrontare problemi di salute, infrastrutture e carenze nutrizionali, anche in quella classe media in espansione dove i figli vengono spinti a studiare e non a vincere gare. Manca poi una tradizione di eccellenze in uno sport individuale, come l’Australia nel nuoto. E manca anche un progetto “incubatore,” come quello delle università americane.

Per decenni, nonostante gli investimenti del governo Modi dopo i risultati deludenti di due misere medaglie a Rio 2016, il mondo degli sport olimpionici indiani è stato travagliato da nepotismi, scarsi finanziamenti e corruzione. Nel 2012 il Comitato olimpionico internazionale sospese quello indiano per irregolarità nell’elezione del presidente. Diverse federazioni sono accusate di poca trasparenza e cattiva gestione delle finanze, e mancano leggi più rigorose per lo sport. La situazione, che si spera da quest’anno possa cambiare, è talmente risaputa che lo scrittore Manu Joseph ha firmato un editoriale rovente dicendo che sulle maglie degli atleti dovrebbe esserci scritto “Nonostante l’India” invece che il nome della nazione famosa per il cricket, l’hockey su prato, il badminton e i tiratori scelti, ma per poco altro, quando si parla di sport.

Fonte: Repubblica

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