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Le condizioni di salute di Ahmadreza Djalali, il ricercatore iraniano-svedese condannato a morte in Iran per spionaggio, sono peggiorate al punto che rischia di morire in carcere. Djalali ha perso peso, ha bisogno di cure mediche, sta così male che non riesce nemmeno più a parlare.

La denuncia arriva da un gruppo di massimi esperti in detenzioni arbitrarie e tortura delle Nazioni unite, tra cui Javaid Rehman, relatore speciale sulla situazione dei diritti umani nella Repubblica Islamica e Agnes Callamard, relatore speciale sulle esecuzioni extragiudiziali, sommarie e arbitrarie. Gli esperti hanno scritto una lettera alle autorità iraniane per chiedere la liberazione immediata di Djalali, che è detenuto in Iran da ormai 5 anni e da più di 4 mesi è in isolamento in attesa che venga eseguita la sua condanna a morte per spionaggio nonostante il processo a suo carico sia stato definito da tutti gli osservatori internazionali come “gravemente ingiusto” e arbitrario.

Il comitato Onu parla di “tortura”: “La sua tortura, la detenzione arbitraria, la condanna a morte e la sua imminente esecuzione sono atti inconcepibili che dovrebbero essere condannati con la massima fermezza dalla comunità internazionale. Esortiamo le autorità iraniane ad agire immediatamente per revocare questa decisione prima che sia troppo tardi”.

La condanna di Djalali è rimasta in piedi nonostante “prove credibili che fosse basata su una confessione forzata estorta sotto tortura”, che lo stesso Djalali era riuscito a raccontare dal carcere. La moglie Vida Mehrannia, che vive in Svezia con i due figli, ha chiesto più volte la liberazione del marito ribadendo la sua innocenza.

Nell’appello gli esperti dell’Onu aggiungono alcuni dettagli sulle condizioni di salute di Djalali. “Durante la sua detenzione, gli sono state ripetutamente negate cure mediche, nonostante la forte probabilità che avesse la leucemia”, scrivono. L’ultima volta che la moglie è riuscita a parlare con il marito è stata il 24 novembre scorso prima che venisse messo in isolamento in attesa dell’esecuzione.

Per la liberazione di Djalali si sono mossi il Parlamento europeo e diverse organizzazioni per i diritti umani come Amnesty International. Le autorità belga e svedesi sono da tempo in contatto con l’Iran per cercare di ottenere la liberazione del medico, ma il suo caso rischia di diventare una pedina di scambio in una partita più complicata legata alla condanna in Belgio di un diplomatico iraniano. Si tratta di Assadollah Assadi, funzionario di alto grado all’ambasciata iraniana a Vienna condannato ad Anversa con l’accusa di aver partecipato all’organizzazione di un attentato, poi sventato, contro il Consiglio nazionale di resistenza iraniano, un organo che racchiude diverse sigle dell’opposizione iraniana all’estero.

Fonte: Repubblica

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