Condividi:

NEW YORK – “L’Iran è un Paese profondamente polarizzato. Dove in questo momento prevale la parte più estremista su spinta della massima figura religiosa, l’ayatollah Khamenei. Col nuovo presidente, sua creatura, gli estremisti controlleranno interamente il governo. E ci sarà più repressione, più tensioni. Una situazione estremamente complessa per gli Stati Uniti. E per gli americani ricominciare il dialogo non sarà facile. Biden ha davanti una strada in salita”. Moisés Naim, 69 anni, è politologo e scrittore venezuelano, già direttore di Foreign Policy, oggi membro dell’International Economics Program del Carnegie Endowment for International Peace.

L’ex presidente Hassan Rouhani voleva il dialogo con l’America. Con Raisi cosa succederà?
“Naturalmente anche il tema dell’accordo sul nucleare con gli iraniani si intreccia con la politica interna, e riguarda lo scontro tra riformisti e conservatori. La possibilità di rinnovare l’accordo sul nucleare si fa sempre più complessa. Diciamolo: l’accordo è in pericolo. Donald Trump ha lavorato affinché si creassero le condizioni per sospenderlo e in questo ha avuto decisamente successo. Riprendere da dove si era lasciato a questo punto è impossibile. La strada è in salita. Anche se ne hanno tutti bisogno. Gli iraniani soprattutto perché nel Paese manca tutto: acqua, cibo, elettricità. La situazione è davvero precaria. Per ora ha giovato ai conservatori, populisti e demagoghi. Ma per quanto ancora? Di sicuro non può esserci accordo senza gli americani. Devono assolutamente essere al tavolo di Vienna”.

E il presidente Joe Biden cosa deve fare adesso?
“Mandare segnali più netti di quanto fatto fino ad ora. Affermare a gran voce che vuole sviluppare l’accordo. E che è disposto a togliere certe sanzioni. Ma deve però avere la pazienza – e l’astuzia – di aspettare che la prima mossa la facciano gli iraniani. Perché deve anche essere energico. Disposto a muovere le trattative in avanti. Ma non può pensare di togliere le sanzioni senza ottenere niente in cambio”.

Una via percorribile?
“La diplomazia ce la può fare. L’accordo sul nucleare serve a tutti. Soprattutto agli iraniani che devono in qualche modo alleviare la tragica situazione economica del Paese. Poi, certo, i rapporti fra Iran e Stati Uniti sono sempre all’insegna della diffidenza reciproca. L’America ancora non ha superato lo choc degli ostaggi presi nella sua ambasciata nel 1979 e la successiva crisi che condannò la presidenza di Jimmy Carter. E l’Iran guarda ancora agli americani come agli autori del colpo di Stato sostenuto dalla Cia nel 1953 che cementò il governo dello scià Mohammad Reza Pahlavi”.

La vittoria di Raisi ha sorpreso gli americani? Perché non c’è stata una maggior apertura prima, come chiedeva il presidente iraniano uscente?
“Nessuna sorpresa. Gli uomini chiamati da Biden sono gli stessi che negoziarono l’accordo sul nucleare, e sanno bene con chi avevano a che fare. Certo, l’accordo precedente è arrivato sotto l’amministrazione del presidente uscente Hassan Rouhani, un religioso relativamente moderato. E invece non sappiamo nulla sulla squadra che metterà in campo Raisi. Se sarà competente. Se avrà mandato di dialogare. Apparentemente è tutto in salita. Ma chissà che non sia una grossa opportunità”.

Fonte: Repubblica

Condividi:

Di

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Su questo sito Web utilizziamo strumenti di prima o di terzi che memorizzano piccoli file (cookie) sul dispositivo. I cookie vengono normalmente utilizzati per consentire al sito di funzionare correttamente (cookie tecnici), per generare report di navigazione (cookie statistici) e per pubblicizzare adeguatamente i nostri servizi /prodotti (cookie di profilazione). Possiamo utilizzare direttamente i cookie tecnici, ma hai il diritto di scegliere se abilitare o meno i cookie statistici e di profilazione. Abilitando questi cookie, ci aiuti a offrirti un’esperienza migliore. Cookie policy