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Finita l’era di Javad Zarif, l’architetto dell’accordo nucleare del 2015, l’uomo con cui l’Occidente dovrà fare i conti nei prossimi quattro anni almeno per tentare di sciogliere il complicato dossier nucleare iraniano sarà Hossein Amir-Abdollahian, originario di Damghan, nella provincia settentrionale del Semnan.

Il neoeletto presidente, l’ultraconservatore Ebrahim Raisi, ha indicato il suo nome al Parlamento come nuovo ministro degli Esteri, insieme a una lista di altri ministri che dovrà essere discussa e approvata, anche se è improbabile che i deputati del Majles respingeranno i candidati scelti con il benestare della Guida suprema, Ali Khamenei.

Perché Amir-Abdollahian è chiamato “l’uomo dei Pasdaran agli Esteri”

Hossein Amir-Abdollahian non è un nome conosciuto in Occidente, ma è da diversi anni una figura influente nella politica estera dell’Iran soprattutto regionale.

A Teheran lo chiamano “l’uomo dei Pasdaran agli Esteri”, perché il sostegno politico che gli ha permesso di fare una rapida carriera va oltre il Parlamento e il ministero, arriva direttamente dai Guardiani della Rivoluzione, anche se non ne è mai stato un membro effettivo.

Questa vicinanza politica gli ha consentito di fare il viceministro in due presidenze di segno opposto: quella populista di Mahmoud Ahmadinejad e quella moderata di Hassan Rouhani

La carriera diplomatica di Amrir-Abdollahian inizia a trent’anni

Cinquantasei anni, un dottorato in relazioni internazionali all’università di Teheran, Amir-Abdollahian parla fluentemente arabo e inglese, ma con i giornalisti usa solo il farsi.

Ha iniziato da giovanissimo a lavorare nella diplomazia, appena 30enne fece parte di un piccolo team che condusse i primi negoziati con gli Stati Uniti dalla rivoluzione khomeinista del 1978. Il dossier riguardava la situazione dell’Iraq, i colloqui non arrivarono a nulla, ma Amir Abdollahian si fece un nome. Negli anni successivi la sua figura è rimasta sempre un po’ nell’ombra, mentre è cresciuta la sua influenza.

Ex ambasciatore nel Bahrain, tra il 2011 e il 2016, è stato viceministro degli Esteri per gli affari arabi e africani, una posizione da cui si è occupato soprattutto delle politiche dell’Iran in Medio Oriente: stretti legami con Hezbollah in Libano, il movimento paramilitare che siede in Parlamento ed è finanziato da Teheran, e gli altri proxies iraniani nella regione, dallo Yemen alla Siria. È uno degli artefici dell’intervento in sostegno del regime di Bashar al Assad

La sfida dei negoziati sull’accordo nucleare iraniano

Descritto come un conservatore moderato dai sostenitori di Raisi, ma considerato in Europa un falco nelle scelte strategiche sul terreno e nell’approccio antioccidentale, da ministro degli Esteri dovrà sovrintendere ora ai negoziati indiretti con gli Stati Uniti per il ritorno all’accordo nucleare del 2015. Le trattative sono interrotte dal 20 giugno. L’ascesa dei conservatori e ultraconservatori alla guida dell’Iran rende la ripresa dei negoziati molto più complicata.

In pubblico, Raisi ha dichiarato di voler tornare al tavolo di Vienna. L’Iran attraversa una grave crisi economica e le proteste delle ultime settimane nel Khuzestan petrolifero per la mancanza di acqua raccontano di un malcontento diffuso che rischia di deflagrare.

Solo la rimozione delle sanzioni può aprire spazio agli investimenti, ridare un po’ di fiato agli iraniani e stabilità al nuovo governo. Di questo anche gli alleati più stretti dell’Iran come la Russia e la Cina, che pure hanno continuato a fare affari con il Paese sotto sanzioni, sono consapevoli.

Ma la nomina di un conservatore a capo del ministero degli Esteri sembra annunciare toni più duri e un approccio meno incline al compromesso, cosa che renderebbe molto difficile per l’amministrazione Biden continuare a trattare in un momento in cui i rapporti con l’Iran sono già molto tesi per via degli incidenti nelle acque del Golfo.

“La sfiducia nei confronti degli Stati Uniti getta un’ombra pesante su questi negoziati. Gli americani non sono ancora riusciti a dimostrare che sono seri e che gli errori del passato non verranno commessi nuovamente. Tornare all’accordo Jcpoa è nell’interesse nazionale iraniano a patto che le controparti rispettino i loro impegni”, ci aveva detto Amir-Abdollahian a Teheran, il 20 giugno, due giorni dopo le elezioni che hanno dato la vittoria a Raisi, durante  un’intervista nel palazzo degli Esteri del Parlamento.

Resta da capire quanto il nuovo ministro vorrà forzare la mano e quanto sul dossier nucleare sarà decisiva la parola del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale e di Khamenei. Certo, la scelta di Raisi dimostra che il nuovo presidente darà molta importanza alle relazioni con i Paesi della regione, un’area su cui Amir-Abdollahian ha costruito tutta la sua carriera. 

Il nuovo governo del presidente Raisi

Nel gabinetto presentato da Raisi non c’è nessun ministro donna, ma come ci si aspettava ci sono diversi nomi vicini ai Pasdaran e ultraconservatori come il ministro dell’interno Ahmad Vahidi, ex comandante delle Forze Al Quds, l’unità per la politica estera dei Guardiani della Rivoluzione e ministro della difesa di Ahmadinejad.

Su Vahidi pende un ordine di cattura dall’Interpol per il suo presunto ruolo nell’attentato del 1994 al centro ebraico di Buenos Aires in cui morirono 85 persone.

Al ministero del petrolio arriva invece Javad Owji, un tecnocrate che è stato a capo della compagnia nazionale del gas dell’Iran e dirigente in altre compagnie petrolifere del Paese.

Fonte: Repubblica

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