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BERLINO – Difficili, attese elezioni politiche oggi in Islanda, sotto il segno delle polemiche sulla difesa di clima e ambiente in emergenza, della nuova Guerra fredda e della possibile fine del governo guidato dalla giovane premier verde di sinistra Katrin Jakobsdóttir, e del suo vice, ben navigato leader del campo conservatore, Bjarni Benediktsson.

Sullo sfondo delle elezioni ci sono i crescenti contrasti di fondo tra i due su quale priorità dare tra ambiente e clima da una parte e sviluppo economico dall’altra, e la partecipazione di ben nove liste elettorali al voto per l’Althingi, il Parlamento monocamerale della capitale Reykjavík.

Il governo uscente, che eccezionalmente è giunto a fine legislatura, dispone di 33 seggi su 63. La quantità di eterogenee liste in campo renderà difficile raggiungere accordi e mettere insieme una qualsiasi coalizione che garantisca stabile governabilità.

Mentre oltre all’emergernza climatica – l’attuale governo è accusato da molti di non fare al fondo abbastanza dovendo sempre cercare compromessi tra verdi di sinistra e Benediktsson, leader del tradizionale partito di armatori, pescatori, proprietari di risorse minerarie e bancarie o signori del turismo di massa – chiunque uscirà vincitore dovrà fare comunque i conti con i danni economici provocati dal Covid.

La pandemia infatti è stata affrontata bene dall’esecutivo uscente sul piano dello scarso numero di contagi e morti, ma ha visto ovviamente un crollo del turismo, come ovunque a livello mondiale. E il turismo, nella bella isola dei ghiacci, dei vulcani e dei geyser, è fonte principale di reddito dell´economia. Con circa 370mila abitanti, di cui oltre 255mila aventi diritto di voto, l´Islanda prima della pandemia ospitava infatti in media oltre due milioni di turisti stranieri l´anno.

Come spiega il politologo professor Erikur Bergmann, da un lato grazie alla flessibilità e al pragmatismo di Jakobsdóttir e Benediktsson è appena la seconda volta dalla gravissima crisi finanziaria-bancaria del 2008, che mise a terra la repubblica del ghiaccio, che un esecutivo governa efficacemente a piena legislatura.

Ma d’altra parte questa governabilità solida è stata ottenuta al prezzo di privilegiare lo spirito di compromesso per evitare crisi politiche a ogni costo rispetto alle promesse e necessarie riforme e misure di aiuto sociale ai ceti meno abbienti.

Come se non bastasse, i nuovi venti di Guerra fredda hanno esposto l’Islanda, che rinunciò ad appartenere all’Unione europea, ma è membro della Nato dall´inizio, alle tensioni internazionali. Con lo scomodo ruolo di spettatore disarmato.

L’Islanda non ha forze armate, ma solo la Lögreglan, la polizia, con un corpo speciale, e la sua sicurezza aeronavale è garantita da minacce russe e ingerenze cinesi solo da stazionamenti a rotazione di squadriglie di jet e altre forze americane, italiane e di altri Paesi Nato, concentrate all´aeroporto internazionale di Keflavik, che è anche scalo della capitale per i turisti di tutto il pianeta.

I sondaggi indicano il Partito dell’indipendenza (appunto quello del leader conservatore e numero due del governo uscente Bjarni Benediktsson) al primo posto, quotandolo tra il 20 e il 24 per cento delle intenzioni di voto.

Ma oltre ai Verdi di sinistra della giovane premier molte altre forze si attestano nelle indagini d´opinione tra il 10 e il 15 per cento: socialdemocratici, pirati, Riforma (destra) e altri.

Il professor Erikur Bergmann non vede la possibilità di una facile coalizione omogenea dopo il voto e teme piuttosto un'”ammucchiata” capace formalmente di governare ma non di affrontare i temi di fondo, da clima e ambiente con lo scioglimento delle masse di ghiaccio nordiche e artiche ai problemi di disuguaglianze sociali.

Fonte: Repubblica

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