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TEL AVIV. Un lavoratore che non presenta il certificato vaccinale o un tampone negativo, può essere sospeso. È la decisione del Tribunale del lavoro di Tel Aviv, che ieri ha respinto il ricorso di un’insegnante di asilo contro il datore di lavoro, che l’aveva sospesa il mese scorso. Il Comune dove lavora l’insegnante, come molti altri, ha infatti stabilito che il personale scolastico che non intende vaccinarsi deve presentare un tampone negativo. Il giudice ha stabilito che “il diritto alla privacy della lavoratrice non è superiore al diritto alla vita degli alunni, dei genitori e del resto del personale, nonché al diritto del Comune di difenderli”.

Va notato che in Israele non esiste ancora una legge che regolamenta la materia e il giudice ha esortato l’autorità legislativa a riempire il vacuum per non lasciare una questione così delicata a discrezione di precedenti giuridici. Per questo, il giudice ha anche stabilito che l’insegnate ha diritto a percepire lo stipendio per i giorni in cui non ha lavorato fino alla sentenza e, da questo momento, è invece sospesa utilizzando i propri giorni di ferie, ma non può essere licenziata. 

L’avvocato Naama Shabetai, che rappresenta il Comune, sostiene che si tratti di un “importante precedente con proiezioni su tutti i settori dell’economia”. Stabilendo che, come alternativa al vaccino, è possibile presentare un tampone a settimana “il tribunale crea il giusto equilibrio tra il diritto dei lavoratori e il bene pubblico. Ogni lavoratore ha diritto di scegliere se vaccinarsi o meno, ma non può esimersi dall’assumere la responsabilità della propria decisione e non può caricare di questa responsabilità il datore di lavoro, che invece deve avere come obiettivo la protezione dei lavoratori e del pubblico”.

Nelle scorse settimane, dopo che una infermiera non vaccinata era risultata positiva portando all’isolamento di diversi pazienti e personale medico, l’ospedale Hadassah di Gerusalemme aveva costretto 80 lavoratori che non intendono vaccinarsi a prendere ferie obbligatorie. Al momento non ci sono stati ricorsi, ma è presumibile che, fino a quando non verrà formulata una legge ad hoc, la sentenza di Tel Aviv servirà da precedente giuridico per casi simili.

Israele, con il 50% della popolazione vaccinata con entrambe le dosi di Pfizer, da un mese ha riaperto gradualmente tutti i settori dell’economia senza che i nuovi assembramenti abbiano causato un aumento dei contagi, che anzi, sono in calo costante. Alcuni servizi sono soggetti alla presentazione del pass verde, che consente l’ingresso solo a chi presenta il certificato di guarigione da Covid o il certificato di immunità, che si ottiene a una settimana dalla somministrazione della seconda dose. In questa categoria rientrano ristoranti (solo per gli spazi chiusi), palestre, hotel, eventi culturali e sportivi. Da ieri, è possibile anche accedere a questi servizi sottoponendosi a un test antigenico rapido: i risultati sono garantiti nell’arco di 15-30 minuti e il costo varia da i 10 ai 20€ a seconda della compagnia. Con questi test, ieri sono entrati allo stadio per la prima volta in un anno dei bambini sotto i 16 anni che ancora non possono essere immunizzati. Tuttavia, attualmente i tamponi rapidi – a differenza dei tamponi PCR – non sono sovvenzionati dallo Stato e “l’aspettativa è che le forze del mercato ne gestiscano il costo, come è accaduto con le mascherine”, secondo Tomer Lotan, a capo della task force anti Covid che coadiuva il governo. La portavoce di Sofia, una delle compagnie di tamponi rapidi attive sul mercato, afferma che sono in trattativa con il ministero della Salute perché sovvenzionino i test rapidi almeno per le attività per l’infanzia, “dal momento che i bambini sono impossibilitati ad accedere al vaccino, non è giusto che le famiglie vengano penalizzate per questo”.

Fonte: Repubblica

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