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Jean-Claude Juncker, ex primo ministro del Lussemburgo e presidente della Commissione europea, pensa che, da sola, la Cancelliera tedesca Angela Merkel non abbia mai salvato l’Europa. Aggiunge anche che, senza di lei, la Germania sa di dover giocare sul serio la carta europea.

Presidente Junker, secondo lei quando ha approvato il piano comune di sovraindebitamento per il rilancio economico post-Covid, Angela Merkel ha agito per solidarietà o per il mero interesse della Germania?

“Credo che la sua decisione rientri in primo luogo nella serie di risposte solidali iniziate un anno fa. Non credo che abbia pensato alla Germania in via prioritaria, ma non posso escludere che nelle sue riflessioni non l’abbia tenuta presente”.

Quante volte ha salvato l’Europa?

“Non intendo azzardare una risposta: la mentalità nazionale tedesca vorrebbe che ci fosse lei all’origine di tutte le soluzioni trovate durante le crisi gravi. Data la sua formazione scientifica, Angela Merkel ha sempre saputo rivolgere le domande giuste e dare risposte abbozzate in un primo momento e più complete in seguito. Tuttavia, non era sola sul fronte di coloro che hanno salvato la Grecia.  

Se l’ha salvata? Sì, perché non si è mai opposta a un programma di salvataggio dell’economia greca. Ci è costata molto tempo? Sì, perché doveva superare alcune gravi difficoltà nell’ambito del gruppo parlamentare della Cdu/Csu e fare fronte anche a una vera e propria ribellione dell’opinione pubblica tedesca”.

Ma è proprio questo ad averla resa una vera statista nel momento della crisi dei rifugiati. Contrariamente a quanto si ama dire, non ha aperto le frontiere della Germania: non le ha chiuse! Ecco, la differenza è sostanziale!

“Poi, davanti all’enorme portata della crisi pandemica, si è accorta subito che per le singole nazioni era insensato agire senza una concertazione comune. All’inizio della pandemia, ogni stato membro dell’Ue ha reagito in un contesto esclusivamente nazionale per una pessima ragione: l’Unione e la Commissione non disponevano di strumenti atti a intervenire.

Ma nel 2003 e nel 2004, all’epoca della Convenzione Giscardiana, proprio Angela Merkel era stata tra coloro che avevano respinto l’idea di menti illuminate come la mia che desideravano estendere le competenze europee all’ambito sanitario e della salute. Chi si oppose credeva che la Commissione disponesse di troppi poteri e che fosse necessario limitare gli ambiti sanitari ai soli contesti nazionali.

Nei confronti della pandemia, Angela Merkel ha reagito bene. Se non l’avesse approvato, il piano da 750 miliardi non avrebbe mai visto la luce. Aveva un’alternativa? No. Quindi si è rassegnata a giocare fino in fondo la carta europea, proprio quello che si era rifiutata di fare a lungo durante la crisi greca”.

Secondo lei perché Angela Merkel ha optato per questo approccio più europeo nei confronti delle sfide?

“Perché si è arresa all’evidenza, si è resa conto subito che gli effetti esclusivamente nazionali (delle varie misure restrittive, N.d.T.) non avrebbero portato a nulla. Ha scelto l’Europa. Del resto, non è stata l’unica. Quando parliamo di storia recente, ormai siamo soliti dire che è stata Angela Merkel a salvare l’Europa. Tuttavia, non è mai stato così, perché non ha mai agito da sola”.

Il suo  “Wir Schaffen das”, “Ce la faremo”, è stato il suo gesto più coraggioso?

“Durante la crisi dei rifugiati, si è rivelata una vera statista. Non chiudendo le frontiere, ha salvato l’Ungheria e l’Austria dove, nel settembre 2015, i flussi dei rifugiati si erano fatti insostenibili. In quel periodo ci siamo sentiti a telefono numerose volte e ricordo che dovette affrontare un’opinione pubblica molto ostile sull’accoglienza dei rifugiati, e mettere in ginocchio varie personalità del suo partito.

Ha agito da statista responsabile e da democristiana. Non ha fatto spesso riferimento alla dimensione cristiana ripresa nella denominazione del suo partito, ma ricordo che in quel periodo mi diceva: ‘Noi cristiani, abitanti del continente più ricco del pianeta, abbiamo il diritto di chiudere le frontiere?’ Questo, in seguito, avrebbe potuto significare sparare sui rifugiati. Oggi nessuno sembra più rendersi conto dell’ostilità generale che, per altro, c’era nei loro confronti in Germania e un po’ ovunque in Europa”.

Secondo lei, il periodo post-Merkel rappresenterà un pericolo o una instabilità per l’Europa? Quale dirigente politico potrebbe prendere il posto occupato da lei per tutti questi anni?

“Non condivido questo scenario drammatico. Tra gli elementi del lascito di Angela Merkel che avranno il loro peso c’è sicuramente il fatto che qualsiasi cancelliere tedesco, a prescindere dalla sua identità, sarà filoeuropeo. L’integrazione europea dopo Merkel, ma anche prima di lei, rientra a tutti gli effetti nella ragion d’essere stessa della Germania. Non sottovaluto il ruolo che ha avuto Angela Merkel, ma sono altresì lungi dal sopravvalutarlo, in quanto sono a conoscenza delle sue esitazioni di quel periodo, tra i più difficili dell’edificazione dell’Europa.

Il candidato della CDU, quello dell’SPD e perfino la candidata dei Verdi – che non diventerà mai cancelliera – confluiranno nelle file di coloro che li hanno preceduti e che subentreranno ad Angela Merkel. Non mi preoccupano le convinzioni europee del prossimo cancelliere o della prossima cancelliera tedesca.

Spesso metto a confronto Merkel con Kohl e Schroeder. Kohl sapeva difendere gli interessi tedeschi con veemenza, ma in fondo in fondo aveva sempre in mente l’Europa. Al termine del suo mandato ha giocato spesso la carta europea, dicendo ai suoi colleghi del consiglio europeo: ‘Sarò criticato moltissimo in Germania, perché sono d’accordo con voi. Ma lo faccio in ogni caso. Lo faccio per l’Europa’. In verità, i tedeschi non l’hanno mai criticato. Schroeder, invece, era un europeo razionale. Aveva compreso che per la Germania non ci sarebbe stato nessun futuro senza un’integrazione totale con l’Europa. Era l’economia più forte e con il maggior numero di paesi confinanti – otto – in Europa. All’inizio del suo mandato, non era fanaticamente europeo.

Ricordo che in occasione di un congresso dell’SPD sull’Europa a Saarbrücken, disse: ‘Sono finiti i tempi in cui i soldi dei tedeschi sono spesi in Europa senza motivo’. Al termine del suo mandato, invece, era diventato un filoeuropeo convinto. Nel 2005, quando ero presidente del consiglio europeo, parlando di previsioni economiche, si arrabbiò duramente con Blair che non voleva stringere un patto e gli disse: ‘Per l’Europa bisogna sborsare soldi. Non si tratta di una spesa o di un prezzo, ma di un contributo’.

Angela Merkel ha anche lei un approccio razionale all’Europa ma, ancora una volta, dopo anni e anni di esperienza è sempre convinta che, aldilà delle considerazioni economiche, l’Europa vale la pena. In conclusione, tutti e tre questi cancellieri tedeschi che ho frequentato assiduamente per anni sono stati filoeuropei”.

Alcuni dicono che lei ascolti soprattutto Berlino, e lo dicono a maggior ragione di Ursula von der Leyen. Secondo lei, l’Europa sarà sempre un po’ più tedesca?

“Sono abituato a questo genere di critiche infondate. Di Barroso dicevano che ascoltava ‘prima Berlino, poi Parigi e poi nessun altro’. In parte, era vero. Io ho sempre prestato attenzione agli stati membri. Per principio, ogni giorno seguivo le notizie provenienti dai 28 stati membri – perché i britannici facevano ancora parte dell’Ue. E ogni giorno parlavo a telefono con sei o sette primi ministri.

Se un capo di stato o di governo prende la parola al Consiglio europeo, è indispensabile sentire che cosa dice, ma ancor più importante è sapere perché lo dice. È necessario intromettersi nell’attualità politica di tutti gli stati membri. La Lituania e Cipro sono tanto importanti quanto la Germania.

Se il presidente della Commissione propone un compromesso che ha trovato accoglienza favorevole a Berlino e a Parigi – non sempre queste due capitali sono state d’accordo su alcune questioni importanti – ma dimentica le conseguenze e i dibattiti che possono aver luogo negli altri stati membri, fallirà nella sua missione. Di conseguenza, io ho sempre dato ascolto a tutti. Spesso in Germania mi rimproveravano di non seguire il percorso ragionato, e non sempre ragionevole, della Germania. E io mi sono sempre stupito di questa critica”.

Ci racconta un aneddoto personale su Angela Merkel?

“Si dice spesso che Angela Merkel non sia una persona particolarmente portata per le manifestazioni emotive e l’empatia, ma questo non corrisponde proprio con le molteplici osservazioni che ho potuto fare di lei. Quando mia madre e mio padre sono mancati, o quando sua madre è deceduta, abbiamo trascorso molto tempo a telefono a parlare di cose non legate alla politica, e in ogni caso molto profonde.

Nel periodo della crisi dei rifugiati, l’ho sentita dire che riusciva a mettersi nei panni dei rifugiati perseguitati per motivi di principio o di religione o di colore della pelle. L’ho sentita anche prendere le mie difese al Consiglio europeo – in pratica, fu l’unica a farlo – quando Orban mi aggredì violentemente sulla crisi dei rifugiati, accusandomi di aprire le porte all’islamizzazione dell’Europa.

Oggi tutti parlano male di Orban, ma all’epoca Angela Merkel è stata l’unica a prendere le difese della Commissione. Di conseguenza, affermare che questa donna non abbia emotività alcuna o sia indifferente dal punto di vista emotivo non corrisponde alle numerose osservazioni in cui l’ho vista reagire proprio così”.

Qual è la sua qualità principale? Una forma di umiltà? Il suo modo di essere a servizio dello Stato e prima ancora della sua funzione?

“È una persona molto modesta, non si avvolge nelle vesti di un cancelliere che batte il pugno sul tavolo dicendo: ‘La Germania vuole che si faccia questo o quello’. Da questo punto di vista, Angela Merkel si differenzia molto dagli altri capi di Stato – e noti bene che non parlo dei capi di governo. È una donna cordiale nelle relazioni private, si interessa molto alla vita altrui e non ‘gioca’ a fare la cancelliera. Ha sempre avuto anche grandi capacità di ascolto.

Nel periodo in cui sono stato Primo ministro del Lussemburgo, non ho mai avuto l’impressione che mi trascurasse o non mi ascoltasse. Mi ha telefonato spesso per avere l’opinione del mio Paese. Da questo punto di vista, Angela Merkel è stata sicuramente un’allieva di Kohl, che lavorava molto con gli stati piccoli o di media importanza.

È questo a spiegare il suo successo in Europa, perché ha sempre trattato alla pari francesi, spagnoli, britannici e tutti i cittadini degli altri stati membri. Questo le ha dato un vantaggio dal punto di vista della fiducia”.

Qual è oggi la sfida più importante che dovrà affrontare chi assumerà la responsabilità di uno dei Paesi più grandi dell’Unione europea?

“In materia di politica internazionale vi è una necessità assoluta di modificare le regole di funzionamento, perché oggi sono disfunzionali. In politica estera decidiamo sempre all’unanimità, ma non appena si tratta di affrontare i grandi problemi di oggi o uno o due stati membri si rifiutano di trovare un’intesa a livello europeo, preferiamo tacere. Sarà indispensabile agire, invece, e so che tutti e tre gli aspiranti cancellieri tedeschi condividono questo punto di vista.

Infine, credo che la lotta agli estremismi, in particolare all’estremismo di destra, resti quanto mai attuale per due motivi. Prima di tutto, l’estrema destra avanza: talora regredisce, ma è un fenomeno onnipresente. In secondo luogo, il pericolo in tutto questo è vedere che nei partiti tradizionali – liberali, democristiani, socialisti – alcuni con la libertà di parola di fatto sposano la stupidità di espressione dell’estrema destra. Ebbene: è indispensabile opporsi all’estrema destra, non imitarla”.

(Copyright Le Soir/Lena, Leading European Newspaper Alliance. Traduzione di Anna Bissanti)

Fonte: Repubblica

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