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KABUL – È stata da poco ridipinta di giallo, la moschea del Re di due spade, che per via dell’elegante struttura ottomana e dei fregi italiani c’è chi ne descrive lo stile come “barocco afghano”. Affaccia sul fiume Kabul, che di questa stagione si riduce a un rigagnolo maleodorante, e segna il centro della città. È qui che, dopo la grande preghiera del venerdì, siamo venuti ad ascoltare i fedeli sulle commemorazioni per gli attacchi dell’11 settembre, nel cuore del Paese che vent’anni fa ne proteggeva gli organizzatori.

“È stata una tragedia spaventosa, ma mille volte inferiore a quella inflitta agli afghani con l’invasione americana e con la lunga guerra che si è appena terminata”, dice Mohammed Ahrun, trentottenne dal viso lungo e spigoloso, ex soldato dell’esercito afghano, oggi disoccupato. “A che cosa sono serviti tutti i morti degli ultimi anni se oggi ci ritroviamo nuovamente nelle mani dei talebani? Certo, con loro al potere ci si sente più sicuri, ma siamo tutti spaventati per l’andamento disastroso dell’economia del Paese, per la mancanza dei posti di lavoro, per l’impennata dei prezzi”.

Aggiunge Abdul Rakman, 63 anni, proprietario di una bancarella di libri nella vicina Andarabi road, dove vende testi sacri musulmani e romanzi occidentali: “All’inizio fui felicissimo quando gli americani scacciarono i talebani da Kabul, ma poi ci siamo ritrovati con i governi più corrotti del pianeta, e oggi siamo tornati al punto di partenza. Perciò su quanto accadrà a Kabul domani, me ne importa poco o niente”.

Siamo costretti a camminare fino al ministero dell’Interno prima di trovare il primo talebano appiedato, e non a bordo dei pick-up sempre più numerosi che continuano ad affluire verso la capitale dalle province più lontane. Molti giovani studenti coranici non avevano ancora mai messo piede a Kabul: parte del loro bottino di guerra consiste nel mostrarsi feroci e potenti di fronte i civili inermi, reprimere duramente i giornalisti, impaurire riuscendo magari pure a palpare le donne che manifestano nella capitale. Anche l’Onu denuncia almeno 4 morti: “Sono sempre più violenti e contro le proteste usano proiettili, manganelli e fruste”.

Il taleb che accetta di rispondere è un uomo imponente, con mani spesse come costate di bue. “Domani, nel momento in cui vent’anni fa il primo aereo centrò una delle due torri, festeggerò sparando in aria. Fu un gesto che terrorizzò l’Occidente infedele”, dice sorridendo.

Diverso l’atteggiamento dei vertici talebani che hanno deciso di rinviare la cerimonia a data definirsi la cerimonia d’insediamento del nuovo governo, e che secondo diverse voci era prevista inizialmente per oggi. L’esecutivo del mullah Mohammad Hassan Akhund ha preferito non sfidare gli Stati Uniti, anche per non compromettere i fragili accordi tra i due Paesi.

Quanto al nuovo ministro della Cultura, Zabihullah Mujahid, tre giorni fa ha dichiarato che né Osama Bin Laden né il suo gruppo furono responsabili degli attentati che cambiarono il mondo. Ieri, invece, il portavoce talebano, Sayed Zekrullah Hashim, rispondendo a una domanda sul nuovo esecutivo esclusivamente maschile ha detto: “Una donna non può fare il ministro. È come se le mettessi sul collo un peso che non può sostenere. Non è necessario che le donne siano nel governo, loro devono fare figli”.

Dal ministero dell’Interno ci dirigiamo verso Chicken street, la strada degli antiquari e dei mercanti di tappeti. Entriamo nel negozio di Fahrad Amin, che mostra in vetrina grosse collane etniche, impolverate statuette del Gandhara verosimilmente false e splendide pietre dure locali, aperto sebbene sia un giorno festivo. “L’America ci ha abbandonato e adesso dobbiamo aspettarci il peggio. Anzitutto perché saremo governati da uomini ricercati dall’Fbi il che complicherà le relazioni con i Paesi che in tutti questi anni ci hanno molto aiutato”, sostiene Amin.

I ministri ai quali si riferisce l’antiquario appartengono al clan degli Haqqani, il gruppo più influente nel nuovo governo, a cominciare da Serajuddin Haqqani, nominato a capo del più importante ministero afghano, quello dell’Interno, e coinvolto nell’attacco del gennaio 2008 a un hotel a Kabul che uccise sei persone, incluso un cittadino statunitense.

I talebani hanno chiesto agli Stati Uniti di rimuovere Haqqani dalla lista dei terroristi, ma la rete della sua famiglia è responsabile di alcuni degli attacchi più sanguinari, tra cui l’esplosione di un camion bomba nel 2017 che falciò la vita di 150 persone. “Non bisogna dimenticare che per conquistare il favore degli afghani, appena arrivati al potere i talebani hanno vuotato le carceri del Paese con un’amnistia generale. Ne hanno beneficiato i tantissimi detenuti che avevano compiuto piccoli reati. Ma anche ladri, assassini, stupratori e venditori di droga. Perciò dal 15 agosto scorso, io che vivo in un Paese in guerra da più di quarant’anni, ho davvero paura”.

Fonte: Repubblica

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